Le fortaie: la ricetta del dolce a spirale delle Dolomiti Bellunesi

Il rumore lo riconosci prima ancora dell’odore: il gocciolare della pastella che cade nell’olio bollente e comincia subito a friggere. Poi la mano che gira, larga e poi sempre più stretta, e in trenta secondi nella padella c’è una spirale dorata larga come un piatto. Zucchero a velo, un cucchiaio di marmellata al centro, e via — alla prossima.

Le fortaie sono così: un dolce da sagra, da fiera, da fine ottobre e da Carnevale, che nelle valli bellunesi si fa da sempre con quattro cose che in casa ci sono già. Non è una pasticceria: è una tecnica, e la tecnica è tutta nell’imbuto.

La ricetta in breve

  • Categoria: dolce fritto
  • Zona: Agordino e Valle del Biois
  • Preparazione: 15 min
  • Riposo: 30 min
  • Cottura: 2-3 min a fortaia
  • Dosi: 6-8 fortaie

Che cosa sono le fortaie

Sono frittelle a spirale. La pastella, liquida come quella delle crêpe ma un po’ più densa, viene fatta colare in un filo continuo dentro l’olio caldo descrivendo cerchi concentrici sempre più piccoli: quello che si ottiene è un disco traforato, croccante fuori e morbido dove i giri si sovrappongono.

Il nome cambia di valle in valle — fortaie, fortaje, altrove semplicemente “frittelle a spirale” — e lo stesso dolce esiste in tutto l’arco alpino di lingua tedesca con il nome di Strauben. In Agordino e nella Valle del Biois è un classico delle feste di paese: a Se Desmonteghea, a Falcade, le fortaie hanno il loro spazio nel programma del sabato e della domenica pomeriggio, accanto al tendone.

Fortaia servita su piatto con zucchero a velo e marmellata di frutti rossi
Servita così: zucchero a velo e un cucchiaio di marmellata al centro. Si mangia con le mani, staccando un anello alla volta. Foto: Karl Gruber, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Gli ingredienti

La ricetta raccolta da Promo Falcade — quella della Val Biois — è disarmante nella sua sintesi: farina bianca, due uova, un po’ di lievito, dello zucchero, la scorza di limone e pochissima acqua. Nessuna dose, perché la pastella si è sempre fatta a occhio, aggiungendo liquido finché non “cala” dall’imbuto nel modo giusto.

Per chi non ha una nonna accanto, ecco delle dosi che funzionano. Sono indicative: la ricetta tradizionale non le riporta, e il punto di arrivo resta la consistenza, non il grammo.

Ingredienti (dosi indicative, 6-8 fortaie)

  • 250 g di farina bianca
  • 2 uova
  • 30 g di zucchero
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci (oppure 5 g di lievito di birra sciolto nel liquido tiepido)
  • la scorza grattugiata di mezzo limone
  • un pizzico di sale
  • acqua tiepida: circa 200 ml, da aggiungere poco per volta
  • olio di semi per friggere
  • zucchero a velo e marmellata di ribes per servire

Come si fanno

  1. La pastella. Sbattete le uova con lo zucchero, unite la farina setacciata con il lievito, il sale e la scorza di limone. Aggiungete l’acqua tiepida a filo, mescolando, fino a ottenere una pastella liscia e fluida: deve colare dal cucchiaio in un nastro continuo, non a gocce. Lasciatela riposare mezz’ora coperta.
  2. L’olio. Scaldate l’olio in una padella larga e non troppo alta: bastano due dita. La temperatura giusta è intorno ai 170-175 °C — se non avete il termometro, una goccia di pastella deve risalire subito circondata da bollicine, senza scurirsi in due secondi.
  3. La spirale. Versate la pastella in un imbuto tenendo chiuso il beccuccio con un dito. Portatelo sopra l’olio, liberate il foro e muovete la mano descrivendo un cerchio largo e poi cerchi via via più stretti, verso il centro. Chiudete il foro col dito per fermare il filo.
  4. La frittura. Un minuto scarso da un lato, poi girate la fortaia con due forchette e fate lo stesso dall’altro. Deve diventare bionda, non scura.
  5. Scolare e servire. Su carta assorbente pochi secondi, poi subito nel piatto: zucchero a velo a pioggia e un cucchiaio di marmellata di ribes al centro.

Tre cose che fanno la differenza

  • La densità della pastella è tutto. Troppo liquida e il filo si spezza in gocce; troppo densa e non esce dall’imbuto. Provate con un cucchiaio prima di riempirlo.
  • L’imbuto deve avere un foro di circa mezzo centimetro. Nei negozi di casalinghi di montagna si trova ancora quello apposta, con la levetta; in mancanza va bene un imbuto da cucina e un dito, oppure una bottiglia di plastica con un forellino nel tappo.
  • Una alla volta. Se ne mettete due in padella la temperatura crolla e la fortaia si inzuppa d’olio invece di friggere.

Con che cosa si mangiano

La versione della Val Biois le vuole con zucchero a velo e marmellata di ribes, ed è un accostamento che ha una sua logica precisa: l’acidità del ribes rosso taglia il fritto e lo zucchero. Vanno bene anche i mirtilli rossi, i lamponi o una composta di mele leggermente acidula. Quello che non funziona è una marmellata troppo dolce, che appiattisce tutto.

Si mangiano con le mani, calde, staccando un anello per volta. Fredde perdono la croccantezza e non si recuperano: le fortaie non sono un dolce che si prepara la sera prima.

Un dolce di povertà, come tanti dei nostri

Come i crostòi, anche le fortaie appartengono alla famiglia dei dolci fritti di casa: farina, uova, un po’ di zucchero e l’olio della frittura come unico lusso. Erano il dolce delle occasioni — la sagra, il Carnevale, la fine dell’alpeggio — proprio perché friggere costava, e non lo si faceva un giorno qualunque.

È un pezzo delle tradizioni popolari delle Dolomiti Bellunesi che è sopravvissuto meglio di altri, forse perché fa spettacolo: la spirale che si forma nell’olio è una piccola magia da guardare, e nelle feste di paese davanti al banco delle fortaie c’è sempre qualcuno fermo a guardare invece che in coda.

Fonti

  • Fortaie — Promo Falcade (ricetta tradizionale della Val Biois)
  • Se Desmonteghea — Promo Falcade (le fortaie nel programma della festa)

Immagine di copertina: fortaie (Strauben) al mercato contadino di Lana. Foto: Benreis, Wikimedia Commons, CC BY 3.0.


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