Perché i passi delle Dolomiti si chiamano così? Origine e storia dei loro nomi

In apertura: il Passo Giau e la Ra Gusela — prima di diventare una delle salite più fotografate d’Europa, questi prati erano un pascolo conteso per secoli. Foto: Marco Ober, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Attraversiamo il Giau, saliamo al Falzarego, scendiamo dallo Staulanza, percorriamo il Duran. Pronunciamo questi nomi in continuazione — nelle previsioni del tempo, nelle tappe del Giro, nei messaggi agli amici — quasi sempre senza chiederci che cosa significhino.

Eppure quei nomi sono quasi tutti più antichi delle strade che oggi li attraversano. Molti erano già scritti negli atti notarili quando il valico non era una meta ma un lavoro: una salita da fare con le bestie, un pascolo da spartire, un confine da difendere, un carico di ferro da portare dall’altra parte della montagna. Parlano di pecore e di prati da sfalcio, di stavoli e di malghe, di croci piantate sul valico, di ospizi per viandanti, di liti durate due secoli e di lingue che nel frattempo si sono trasformate o sono scomparse.

Capire perché un passo si chiama in un certo modo significa quindi leggere un pezzo di storia delle Dolomiti scritto in una lingua che non usiamo più. E significa anche, spesso, accettare che quella storia non la conosciamo del tutto.

Questa pagina raccoglie ciò che le fonti dicono davvero sull’origine dei nomi dei passi delle Dolomiti, con particolare attenzione alle Dolomiti Bellunesi e ai valichi che si affacciano sulle vallate della provincia di Belluno. È costruita su una regola sola, che vale più di qualsiasi suggestione: non inventare etimologie. Dove la spiegazione è documentata, la trovate spiegata. Dove è soltanto probabile, lo diciamo. Dove non esiste, lo scriviamo senza girarci intorno.


I nomi sono una carta geografica della memoria

La toponomastica è, nella definizione della Treccani, lo «studio fondamentalmente linguistico dei toponimi o nomi di luogo, sotto l’aspetto dell’origine, della formazione, della distribuzione, del significato». Detta così sembra materia da specialisti. In montagna è invece qualcosa di molto concreto: è l’archivio di chi non scriveva libri.

Perché i nomi dei luoghi sopravvivono per secoli

I nomi propri, osserva ancora la Treccani, «tendono a cambiare con maggiore lentezza» rispetto al resto del vocabolario, e un nome di luogo «si mantiene attraverso il tempo» anche quando tutto il resto si trasforma. La condizione è una sola: che ci sia continuità nella trasmissione, «pur nel cambiare di genti e lingue». Nelle vallate dolomitiche questa continuità c’è stata, perché c’è stata continuità di lavoro: gli stessi pascoli sono stati usati, spartiti e nominati per otto secoli di fila dalle stesse comunità.

Il risultato è una stratificazione. Sotto il nome che leggiamo sul cartello stradale possono esserci, uno sull’altro, uno strato latino, uno ladino, a volte uno germanico, infine quello italiano o veneto. Ogni strato ha riscritto il precedente, e non sempre lo ha capito.

«Mont»: la parola che cambia il senso di metà delle Dolomiti

C’è un equivoco che vale la pena chiarire subito, perché ritorna in decine di toponimi. Nell’area ladino-dolomitica la parola mont (o mónte, al femminile) non indica la cima: indica il pascolo d’alta quota, l’alpeggio, la malga, il prato da sfalcio in quota.

Lo documenta il Museo Etnografico delle Regole d’Ampezzo, che descrive le pecore «asciutte», le fédes da grìes, mentre trascorrono l’estate «sui pascoli d’alta quota, su ra mónte», e precisa che «ogni mónte era suddivisa in settori, detti prenşères, equivalenti a una porzione di pascolo giornaliero». L’articolo femminile è la spia decisiva: non è «il monte» italiano, è un’altra parola.

Tenere a mente questa sfumatura cambia la lettura di molti nomi. Quando in un documento medievale si legge monte Giau o monte Mauria, non si sta quasi mai parlando di una vetta: si sta parlando di un pascolo, cioè di un bene economico che qualcuno possedeva e che qualcun altro rivendicava.

Il Monte Pelmo visto dai prati del Passo Staulanza, fra Val di Zoldo e Val Fiorentina
Il Pelmo dal Passo Staulanza: un nome che parla di stavoli, non di roccia. Foto: Luitold, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Perché una traduzione moderna può nascondere il significato originale

Molti nomi che leggiamo oggi in italiano sono adattamenti recenti di forme locali molto più antiche. Cimabanche convive con l’ampezzano Sorabànces e con il tedesco Im Gemärk; il Passo di Sant’Antonio, in Comelico, si chiama in realtà Zovo. Quando la forma italiana si sostituisce a quella locale, il significato originario può sparire nel giro di due generazioni — e al suo posto ne nasce spesso uno nuovo, costruito sull’assonanza.

La trappola delle somiglianze

È il punto più delicato di tutta questa pagina. La linguistica ha un nome per il fenomeno: paretimologia, l’accostamento di una parola oscura a un’altra parola familiare che le somiglia ma con cui non ha alcun rapporto storico. La Treccani lo dice in modo netto anche per i nomi di luogo: «l’interpretazione che viene data sulla base di assonanze con parole della propria o di altre lingue produce spesso come risultato interpretazioni paretimologiche».

Un lavoro toponomastico serio, avverte la stessa fonte, richiede metodo linguistico, forme dialettali raccolte sul posto, documentazione storica, conoscenza della geografia e della storia locale. Non la somiglianza fonetica. È per questo che in questa pagina troverete diverse volte la frase «non è documentato»: non è pigrizia, è il modo corretto di trattare la materia.

Vale la pena ricordare che il maggiore studioso italiano di toponomastica alpina, Giovan Battista Pellegrini (1921–2007), professore di glottologia a Padova e socio dell’Accademia della Crusca, era nato a Cencenighe Agordino, in piena area dolomitica bellunese — e proprio a lui i recensori riconoscono di essere stato «molto cauto», mettendo in guardia «sulle tante esagerazioni del passato».

Come leggere questa pagina: cinque livelli di attendibilità

Ogni scheda si chiude con un’indicazione che dice quanto possiamo fidarci della spiegazione proposta. Sono cinque, e sono spiegati qui una volta sola.

🟢 Documentata — la spiegazione è sostenuta da una fonte linguistica o storica autorevole, verificabile.

🟡 Probabile — la spiegazione è proposta da studiosi seri e coerente con i dati, ma resta un margine di incertezza.

🟠 Ipotesi o origine controversa — circola una spiegazione, ma le fonti sono poche, discordanti o non risalgono a uno studio verificabile.

🔵 Tradizione o leggenda — racconto popolare, prezioso come patrimonio culturale ma non come prova linguistica.

Da approfondire — nessuna fonte attendibile disponibile: l’origine del nome non è ancora accertata.

Perché questi passi e non altri

DolomitiBelluno.it si occupa della provincia di Belluno. Alcuni valichi decisivi, però, stanno esattamente sul confine o mettono in comunicazione le vallate bellunesi con quelle vicine: il Fedaia chiude l’alta valle del Cordevole sotto la Marmolada, il Pordoi e il Campolongo aprono Livinallongo verso Fassa e Badia, il San Pellegrino collega la Val Biois a Moena. Escluderli avrebbe raccontato una geografia che non è mai esistita: chi viveva qui non si fermava al confine amministrativo, seguiva il pascolo, il legname e il ferro.

Sono invece esclusi i valichi che non hanno un legame diretto con la rete dolomitica bellunese. Questa non è una lista di tutti i passi delle Alpi: è la mappa dei nomi che le vallate di Belluno hanno prodotto, attraversato o subito.


Attorno a Cortina e all’alto Cordevole

I valichi dell’Ampezzano e del Fodom, dove per secoli si sono toccati due mondi: la Serenissima e il Tirolo.

Passo Giau 2.236 m · San Vito di Cadore – Colle Santa Lucia

Jof de Giau (ladino fodom) · Śuogo de Jou (ladino ampezzano)

La strada provinciale 638 che sale al Passo Giau fra i pascoli d’alta quota
La strada del Passo Giau, la SP638. Foto: kallerna, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

SignificatoIl nome proprio è Giau / Jou. In entrambe le forme ladine è preceduto da un appellativo che significa già «giogo»: jof in fodom, śuogo in ampezzano.

Da dove viene il nomeLa Treccani documenta la parola. Alla voce giógo l’etimologia è il latino iŭgum, e alla sesta accezione si legge: «Valico montano; il termine compare in toponimi alpini […] spesso con varianti dialettali (ladino dolomitico giou, giau)». La forma giau è dunque registrata da un vocabolario nazionale come variante ladino-dolomitica di giogo nel senso di valico, e come elemento che entra nei nomi di luogo alpini. Nel vicino Comelico la stessa base latina è documentata per Zovo da uno studio con contributi di Giovan Battista Pellegrini. Resta scoperto un solo centimetro: la Treccani non nomina espressamente questo passo, come faceva invece con staulanza. Circola inoltre la traduzione «ampio pascolo», per la quale non abbiamo trovato alcuna fonte: il Giau è davvero un grande pascolo storico, ma questo riguarda la storia del luogo, non l’origine della parola.

La storia che raccontaQui la documentazione è invece abbondantissima, e racconta due secoli e mezzo di lite. L’inventario dei Grenzakten dell’Archivio provinciale tirolese di Innsbruck conserva una sentenza arbitrale sui confini dei prati «sul monte Giau» del 22 settembre 1445, un arbitrato della commissione veneto-tirolese del 1582 sui confini «sul monte Giau e Ambrizzola», le controversie fra Ampezzo e San Vito per boschi e pascoli fra il 1557 e il 1590, due volumi manoscritti del 1752 intitolati «San Vito contro Ampezzo per il monte Giau» e infine la convenzione di confine del 20 agosto 1779. Sul valico è ancora visibile il cippo che separava la Repubblica di Venezia dall’Impero d’Austria. Molto prima di tutto questo, a Forcella Giau, l’Istitut Ladin Micurà de Rü documenta un sito mesolitico: uomini che salivano qui a caccia già ottomila anni prima di Cristo.

Oggi il Giau è soprattutto una salita leggendaria: se vi interessa il versante ciclistico, ne parliamo nella scheda dedicata al Passo Giau in bicicletta.

🟢 Documentata

Scopri tutta la storia del Passo Giau →

Passo Falzarego 2.105 m · Cortina d’Ampezzo – Livinallongo

El Fouzàrgo (ladino ampezzano) · Jou de Fauzare (ladino fodom) · Falzaregopass

Il Sass de Stria innevato sopra il Passo Falzarego, con il gruppo del Lagazuoi
Il Sass de Stria e il Lagazuoi sopra il Passo Falzarego. Foto: Wolfgang Moroder, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

SignificatoIl nome ampezzano Fouzàrgo viene ricondotto a fòuze, «falce».

Da dove viene il nomeLa derivazione da fòuze risale allo studio di Lorenza Russo, Pallidi nomi di monti, pubblicato dalla Cooperativa di Cortina nel 1995 (in circolazione si trovano indicazioni editoriali diverse per questo titolo). È la fonte che sta dietro a tutte le spiegazioni che si leggono in giro, ed è una fonte seria. Resta però aperta una domanda che le fonti stesse non risolvono: la falce allude allo sfalcio, cioè a un’area da fieno e da pascolo, oppure alla forma del territorio? Lagazuoi Expo Dolomiti, che cita esplicitamente Russo, tiene aperte entrambe le letture e propende per la destinazione a pascolo. Per questo la classifichiamo come probabile e non come documentata: la parola di partenza è certa, la motivazione no.

La storia che raccontaChe qui si vivesse di pascolo e non di panorami lo dice l’istituzione stessa: le Regole d’Ampezzo indicano la Regola di Falzarego fra le prime documentate, nel 1237 o nel 1238, e ricordano che i consorti di Falzarego si unirono a quelli di Ambrizola nel Trecento (le pagine ufficiali delle Regole indicano date non coincidenti: 1318 e 1356). Otto secoli fa questo valico era, prima di tutto, un bene comune da amministrare. La strada arrivò molto dopo, nel 1909, con il completamento della Grande Strada delle Dolomiti; e sei anni più tardi l’area attorno al passo diventò terra di nessuno fra le linee italiana e austro-ungarica, con la guerra di mine del Lagazuoi.

Di quella stagione restano gallerie e camminamenti visitabili: ne parliamo nella pagina sui musei della Grande Guerra al Lagazuoi e in Marmolada.

🟡 Probabile

Scopri tutta la storia →

Passo Tre Croci 1.805 m · Cortina d’Ampezzo – Misurina

Són Zuógo (ladino ampezzano)

Il Passo Tre Croci fra Cortina d’Ampezzo e Misurina, con boschi e pareti rocciose
Il Passo Tre Croci. Foto: Tiia Monto, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

SignificatoIl nome italiano rimanda a tre croci. Il nome ampezzano, invece, dice tutt’altro: Són Zuógo contiene zuógo, la voce ampezzana per «giogo».

Da dove viene il nomeQui abbiamo due nomi che non si traducono a vicenda, ed è interessante. La forma ladina descrive semplicemente la geografia: il valico. La forma italiana racconta invece un episodio. Secondo una tradizione riportata concordemente da più fonti, nel febbraio 1789 una madre e i suoi due figli, partiti da Auronzo di Cadore verso Cortina in cerca di lavoro, morirono assiderati nei pressi del passo; tre croci di legno furono poste in loro memoria e avrebbero dato il nome al valico. Dobbiamo però essere onesti sul livello di prova: la vicenda ci risulta solo da fonti divulgative, che concordano su data e numero delle vittime ma non ne fanno i nomi e non citano alcun documento. Non siamo riusciti a risalire né a un registro parrocchiale né a uno studio storico locale che la confermi. La cappella al Passo Tre Croci esiste ed è sotto la parrocchia di Cortina: è lì, e nei libri dei morti, che la verifica andrebbe chiusa.

La storia che raccontaUn racconto di questo tipo, vero o rielaborato che sia, dice comunque qualcosa di reale: fino a due secoli fa attraversare d’inverno un valico a 1.800 metri per andare a cercare lavoro dall’altra parte della montagna era una cosa che si faceva, e a volte non si tornava. La croce sui passi è d’altronde una costante alpina, e non sempre commemora una disgrazia: spesso segnava semplicemente il punto più alto del cammino.

🟠 Ipotesi / origine da verificare sulle fonti primarie

Passo Cimabanche 1.530 m · Cortina d’Ampezzo – Dobbiaco

Sorabànces (ladino ampezzano) · Im Gemärk (tedesco)

Il valico di Cimabanche, spartiacque fra il bacino del Piave e quello dell’Adige
Il Passo Cimabanche, in ampezzano Sorabànces. Foto: MaiDireLollo, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Da dove viene il nomeQuesto è un caso in cui preferiamo dire quello che non sappiamo. Nessuna delle fonti che abbiamo consultato propone un’etimologia di Cimabanche o di Sorabànces. Esistono elementi lessicali interessanti, ma nessuno li applica a questo toponimo: in ladino banc designa «qualunque risalto o gradino generalmente orizzontale che si incontri lungo una parete rocciosa», secondo il repertorio di termini geografici ladini di Pino Videsott; e il nome tedesco Im Gemärk rinvia, sul piano lessicale, all’idea di territorio delimitato, di confine. Salta all’occhio che la forma ampezzana comincia con sora («sopra») e quella italiana con cima: sono elementi diversi. Ma tradurne uno con l’altro sarebbe una nostra deduzione, non un dato. Segnaliamo infine che alcune presunte attestazioni antiche che circolano in rete, del tipo Summobanchi o Summebanche, non hanno trovato alcun riscontro nella nostra ricerca: non le riportiamo come fatti.

La storia che raccontaQuello che il passo è sempre stato, invece, è documentatissimo: un confine. Il primo confine di Ampezzo con Dobbiaco fu fissato nel 1536, e gli atti sui confini fra Sesto, Dobbiaco e Ampezzo riempiono i faldoni settecenteschi dell’archivio tirolese. Ancora oggi qui passa il limite fra la provincia di Belluno e quella di Bolzano, ed è anche lo spartiacque fra il bacino del Piave e quello dell’Adige. Poco a sud si trova Ospitale, con la chiesa di San Nicolò; nell’Ottocento sul valico c’era un’area di trasbordo del legname; nel 1829 arrivò la nuova Strada d’Alemagna e nel Novecento, per quarant’anni, la Ferrovia delle Dolomiti, con tanto di stazione al passo.

⚪ Da approfondire


I valichi ladini: Marmolada, Sella, San Pellegrino

Tre nomi che raccontano tre economie diverse: le pecore, i prati e i pellegrini.

Passo Fedaia 2.057 m · Rocca Pietore – Canazei

Pas de Fedaà / Jof de Fedaia (ladino fassano) · Fedaiapass

Il lago di Fedaia con la parete nord della Marmolada sullo sfondo
Il lago di Fedaia e la Marmolada. Foto: DiDi0509, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Significato«Pascolo per le pecore».

Da dove viene il nomeÈ uno dei nomi più belli delle Dolomiti, perché sotto la parete più imponente del gruppo conserva la memoria di un lavoro umilissimo. La derivazione proposta è dal latino tardo ricostruito *fetaria, «pascolo per le pecore», e viene attribuita a Giovan Battista Pellegrini, Toponomastica italiana (Hoepli, 1990). Due precisazioni doverose. La prima: la forma corretta è *fetaria con l’asterisco, cioè una forma ricostruita dai linguisti e non attestata in un testo — non «FOETARIA», grafia che si legge talvolta in rete ma che non abbiamo trovato in nessuna fonte. La seconda: non abbiamo potuto verificare la pagina di Pellegrini sul volume originale, e l’attribuzione ci arriva mediata. La spiegazione è coerente, viene da uno studioso di primissimo piano e si appoggia su una radice viva ancora oggi nel ladino e nel veneto (feda, pecora): la diamo come probabile, non come certa.

La storia che raccontaIl contesto la rende credibile: il Dizionario Toponomastico Trentino descrive per la Val di Fassa una comunità storicamente «specializzata» nell’allevamento degli ovini, al punto da detenere ab antiquo diritti di pascolo perfino sulle paludi dell’Adige, giù a valle. Le greggi salivano quassù d’estate e scendevano d’inverno: il passo era una tappa di questo movimento, non una destinazione. Oggi il lago artificiale ha cambiato completamente il paesaggio, ma il nome è rimasto quello delle pecore.

Sul versante sportivo, la salita è una delle più dure delle Dolomiti: vedi Passo Fedaia in bicicletta.

🟡 Probabile

Passo Pordoi 2.239 m · Livinallongo (Arabba) – Canazei

Jouf de Pordoi (ladino fassano) · Jou de Pordou (ladino fodom) · Pordoijoch

Veduta del Passo Pordoi con i prati d’alta quota e le pareti del gruppo del Sella
Il Passo Pordoi. Foto: Bops92, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

SignificatoIncerto. Le fonti oscillano fra «prato» e «pietra».

Da dove viene il nomeIl Pordoi è un ottimo esempio di come una spiegazione elegante possa nascondere un problema. Si legge quasi ovunque che Pordoi verrebbe da pradói, «prati, prateria»: e in effetti la toponomasta Giulia Mastrelli Anzilotti (Toponomastica trentina, Provincia autonoma di Trento, 2003) fa risalire il nome, per metatesi, al latino pratum. Ma nella stessa riga indica una seconda possibilità altrettanto probabile: petra, «pietra». Sono due etimi incompatibili, ed è la fonte autorevole a lasciarli entrambi aperti. La derivazione specifica dal dialettale pradón che circola in rete non risulta invece appoggiata ad alcuna fonte. Le attestazioni storiche sono buone e antiche — Phurdau nel 1260 e Monte Prodoy nel 1358 — ma non bastano da sole a scegliere fra le due ipotesi.

La storia che raccontaUn dettaglio spesso ignorato: il passo prende il nome dalla montagna, il Sass Pordoi, e non viceversa. E la forma del 1358, Monte Prodoy, va letta con la cautela di cui parlavamo all’inizio: quel «monte» è con ogni probabilità la mont ladina, il pascolo alto. Il Dizionario Toponomastico Trentino ricorda del resto che i valichi del Sella e del Pordoi erano ciò che metteva in comunicazione la Val di Fassa con la Gardena e con Livinallongo: strade di lavoro, prima che di turismo.

🟠 Ipotesi / origine controversa

Passo San Pellegrino 1.918 m · Falcade – Moena

anticamente la Mont de Aloch · oggi Pas de San Pelegrin

Cartolina d’epoca del Passo San Pellegrino con l’edificio dell’Ospizio e le cime della Costabella
L’Ospizio del Passo San Pellegrino in una veduta d’epoca. Stab. fot. Lorenz Fränzl, Bolzano — Wikimedia Commons, pubblico dominio

Significato«Il pascolo di Aloch», prima; poi, dal nome dell’ospizio, «San Pellegrino».

Da dove viene il nomeÈ il caso meglio documentato di tutta questa pagina, e permette di vedere un nome cambiare sotto i nostri occhi. In origine il valico si chiamava la Mont de Aloch: di nuovo la mont, il pascolo alto. Il toponimo Aloch ha alle spalle attestazioni molto antiche: già nell’XI secolo, in un documento di confine fra i principati vescovili di Trento e Bressanone, compaiono Lucca e Luccetta, che si evolvono poi in Aloch e Alochet; secondo lo studio di Antonio Sommariva la base sarebbe l’altotedesco lücka, «varco» — ipotesi data al condizionale dalla fonte stessa.

Poi arriva la data che cambia tutto. Il 14 giugno 1358 la Regola di Moena concede a frate Gualterius, dell’Ordine di San Pellegrino nelle Alpi, un appezzamento detto Camp de la Rota perché vi costruisca un ospizio dedicato a San Pellegrino, destinato ai viandanti. Da quel momento il nome dell’ospizio si mangia progressivamente quello del pascolo, finché il valico non diventa semplicemente il Passo San Pellegrino. Precisiamo un dettaglio che spesso viene riportato male: fu una Regola, cioè un’istituzione di diritto consuetudinario, e non «il Comune»; e fu una concessione, non una donazione.

La storia che raccontaUn ospizio non nasce dove non passa nessuno. Sommariva documenta che già agli inizi del Duecento era «sicuramente accertata» un’attività di transumanza fra queste montagne e la pianura veneta, e che al transito contribuì anche la nascente industria del legname. Il passo San Pellegrino era dunque una strada vera: pastori, mercanti, boscaioli, pellegrini. L’ospizio conserva un’acquasantiera in marmo bianco datata 1364; fu soppresso dopo il Concilio di Costanza, riattivato più volte, bombardato e distrutto nel 1915, ricostruito negli anni Venti e chiuso nel 1992.

🟢 Documentata


Zoldo e Agordino: i passi del lavoro

Qui non passavano i re. Passavano il fieno, il ferro, i chiodi e le bestie.

Passo Staulanza 1.773 m · Val di Zoldo – Selva di Cadore

anche Forcella Staulanza · voce cadorina

Significato«La dimora in uno stavolo», e per estensione l’insediamento stesso.

Da dove viene il nomeQuesto è il caso più solido di tutti, perché non serve ricostruire nulla: la parola esiste, è a lemma nel Vocabolario Treccani, ed è il vocabolario stesso a collegarla al valico. La voce recita: «staulanza s. f. [der. di stavolo]. – Voce cadorina, che significa propriam. la dimora in uno stavolo», ed è «anche nome di una forcella delle Alpi Dolomitiche (Passo Staulanza), che mette in comunicazione la valle di Zoldo con quella del torrente Fiorentina». A monte c’è lo stavolo, dal latino stabulum: la dimora stagionale d’alta quota, forma d’insediamento diffusa nel Cadore, parente della maira e del maso. La catena è completa: stabulumstavolostaulanza → nome del passo.

La storia che raccontaUn nome così dice esattamente che cos’era questo luogo: non un valico da attraversare in fretta, ma un posto dove si stava. Lo stavolo è l’architettura dell’economia pastorale alpina: ci si saliva in primavera con le bestie, si falciava, si faceva il fieno, si dormiva lì, si scendeva in autunno. La staulanza era quella permanenza. Poco prima del valico, fra il Pelmo e il Civetta, si trova ancora oggi la Malga Staulanza. Dietro il nome del passo, insomma, c’è il calendario di lavoro di intere generazioni zoldane e cadorine.

Quel ritmo stagionale sopravvive ancora, più a valle: ne abbiamo scritto raccontando la transumanza in Valbelluna.

🟢 Documentata

Scopri tutta la storia →

Passo Duran 1.601 m · La Valle Agordina – Val di Zoldo

Duràm (dialetto zoldano)

SignificatoProbabilmente il nome di un corso d’acqua. Il significato ultimo resta sconosciuto.

Da dove viene il nomeDue indizi indipendenti convergono, e tutti e due sono deboli presi da soli. Il primo: il portale turistico dell’Agordino afferma che «il toponimo Duran è documentato già a partire dal 1354, Monte Durano, e pare relativo al nome di corso o specchio d’acqua» — ma non cita la fonte dell’attestazione, e non siamo riusciti a trovarne conferma altrove. Il secondo, più interessante: nel repertorio toponomastico zoldano che dichiara come base il Vocabolario del dialetto ladino-veneto della Val di Zoldo di Enzo Croatto (2004, con introduzione di Giovan Battista Pellegrini), Duràm compare come nome di un torrente. Che il valico prenda il nome dal corso d’acqua è quindi plausibile. Da quale radice venga l’idronimo, però, nessuna fonte lo dice.

La storia che raccontaIl Duran è il collegamento diretto fra Agordino e Zoldo, cioè fra due valli che per secoli hanno vissuto della stessa materia prima: il ferro. La strada attuale è recente e legata a esigenze militari; il valico, invece, era già un luogo di lavoro, con i suoi monti pascolivi.

La salita è oggi un classico per chi pedala: Passo Duran in bicicletta.

🟠 Ipotesi / origine controversa


Comelico e Cadore orientale: dove i nomi sono stati studiati davvero

Due valichi che hanno la fortuna rara di essere stati analizzati da un linguista di livello nazionale.

Passo Monte Croce di Comelico 1.636 m · Comelico Superiore – Sesto

Cròus (Dosoledo), Crós (Casamazzagno, Candide), Crèus (Padola) · Kreuzbergpass

I prati del Passo Monte Croce di Comelico, fra il Comelico e la Val di Sesto
Il Passo Monte Croce di Comelico, in tedesco Kreuzbergpass. Foto: Antonio De Lorenzo, Wikimedia Commons, CC BY 2.5

Significato«Il pascolo della croce» — non «la montagna della croce», e nemmeno «il passo della croce».

Da dove viene il nomeQui abbiamo qualcosa che manca quasi ovunque: uno studio serio. Piergiorgio Cesco-Frare, con contributi linguistici ed etimologici di Giovan Battista Pellegrini, pubblicò su «Le Dolomiti Bellunesi» nell’estate 1996 un lavoro poi ripreso dalla Sezione Val Comelico del CAI. Vi si legge un’attestazione del 1214 nella forma Cruce, e due precisazioni che ribaltano l’intuizione comune. La prima: «la morfologia del luogo rende evidente il significato di mónte inteso come pascolo e segativo e non come cima». La seconda: «le attestazioni antiche impediscono di intepretare il termine nel senso di ‘passo’». Quanto alla croce, l’origine «appare abbastanza chiara ove si pensi che sui passi alpini anticamente veniva di solito eretta una croce».

C’è anche un dettaglio che i linguisti amano: la forma dialettale crèus / cròus sopravvive solo in questo toponimo, mentre «croce» come parola comune oggi in Comelico si dice diversamente. È un fossile linguistico: la prova che il nome è molto più vecchio della lingua che lo pronuncia. Sull’origine del nome tedesco Kreuzberg, invece, non abbiamo trovato studi: il parallelismo con «croce» è evidente ma non lo possiamo documentare.

La storia che raccontaÈ una sella che, come ha scritto chi vi ha studiato le tracce di un forte tardoromano, ha svolto «per diverse migliaia di anni, la funzione di passaggio e confine». Fra il 1915 e il 1918 ci passò la linea del fronte, con gli attacchi italiani del 1915 e poi due anni di guerra di posizione; prima ancora, gli austro-ungarici vi avevano costruito i forti Mitterberg e Haideck; e negli anni Trenta arrivò lo sbarramento del Vallo Alpino, con opere interamente in caverna. Un pascolo diventato confine di Stato tre volte in un secolo.

🟢 Documentata

Passo di Sant’Antonio 1.476 m · Padola (Comelico Superiore) – Auronzo di Cadore

Zovo · Dóo (comeliano)

Significato«Giogo», cioè valico di montagna.

Da dove viene il nomeIl nome vero di questo passo non è Sant’Antonio: è Zovo. E su questo la documentazione è netta. Lo studio di Cesco-Frare con Pellegrini afferma che «Zovo (comeliano Dóo) viene chiaramente da jugum nel senso di ‘valico di montagna’», e lo mette in serie con la vicina Forcella Zovo e con lo Zovo di Aiàrnola. Siamo davanti alla stessa base latina che molti chiamano in causa per il Giau — con la differenza, decisiva, che qui uno specialista l’ha affermata per iscritto.

La dedicazione a Sant’Antonio è invece un secondo nome, sovrappostosi a quello geografico. Non abbiamo trovato alcuna fonte che documenti la chiesa, la cappella o il capitello da cui deriverebbe, né che spieghi quando e perché la dedicazione si sia imposta.

La storia che raccontaIl passo collega Padola, in Comelico, ad Auronzo, in Centro Cadore: attenzione, non porta in Val Visdende, che si raggiunge invece dalla Forcella Zovo, un valico diverso. Per le valli comelicesi fu a lungo quasi l’unico sbocco verso sud, prima che le strade di fondovalle lungo il Piave ne prendessero il posto. Che questi valichi fossero beni contesi lo dice un atto del 1374, quando Domegge cedette a Costa «l’intero monte detto Zovo di Maruola» in cambio di venti libbre di formaggio l’anno, chiudendo una lite ultracentenaria. Anche qui: monte vuol dire pascolo, e il prezzo è in formaggio.

🟢 Documentata (per Zovo) · ⚪ Da approfondire (per la dedicazione a Sant’Antonio)


Le porte di sud: Prealpi e Sinistra Piave

Due valichi bassi, poco più di settecento e novecento metri, che però hanno deciso per secoli chi entrava e chi usciva dalla Valbelluna.

Passo San Boldo 706 m · Borgo Valbelluna (Trichiana) – Cison di Valmarino (Tovena)

anche Passo Sant’Ubaldo nella cartellonistica, ed è proprio lì il problema

I tornanti e le gallerie del Passo San Boldo illuminati di notte
I tornanti del Passo San Boldo, la «Strada dei 100 Giorni». Immagine dall’archivio di DolomitiBelluno.it

SignificatoCon ogni probabilità un nome di santo. Quale santo, però, è contestato.

Da dove viene il nomeLa spiegazione più diffusa — Sant’Ubaldo — potrebbe essere sbagliata. Esiste una tesi alternativa, attribuita all’architetto e storico bellunese Alberto Alpago Novello (1889–1985), secondo cui il nome non rimanda a Ubaldo ma a Sant’Ippolito, attraverso la trasformazione IppolitusPoltusBoldo.

A favore c’è un indizio materiale forte: la chiesetta sulla sommità del passo, che risale al 1702, è dedicata a Sant’Ippolito, non a Sant’Ubaldo. La tradizione locale attribuisce l’equivoco a un errore settecentesco, quando l’affittuario dell’osteria La Muda avrebbe fatto dipingere sulla pala d’altare, nel 1712, il nome sbagliato — ma la fonte stessa che lo racconta usa il condizionale. Nel 1960 anche il vescovo di Vittorio Veneto, il futuro Giovanni Paolo I Albino Luciani, sentì il bisogno di intervenire sulla questione.

Contro, un problema metodologico che va detto: le due fonti che riportano la tesi sono testualmente quasi identiche, quindi una deriva dall’altra e valgono come una sola; e non siamo riusciti a risalire alla pubblicazione originaria di Alpago Novello — titolo, anno, editore. La tesi è suggestiva e materialmente sostenuta, ma non ancora chiusa. La cartellonistica stradale, che alterna «Boldo» e «Ubaldo», è la prova che la controversia è viva.

La storia che raccontaNel Medioevo il passo era un confine con tanto di dogana: la muda di San Boldo, dove si riscuotevano i dazi sulle merci in transito. Il nome dell’osteria sulla sommità, La Muda, conserva ancora quella funzione. Nel gennaio 1918 la VI Armata austro-ungarica vi fece costruire in cento giorni, con circa settemila lavoratori, la strada a tornanti e gallerie che oggi conosciamo come «Strada dei 100 Giorni».

🟠 Ipotesi / origine controversa

Passo di Praderadego 901 m · Borgo Valbelluna (Mel) – Valmareno (Follina)

nessuna forma dialettale distinta documentata

SignificatoSecondo l’ipotesi corrente, «prato del diverbio».

Da dove viene il nomeLa lettura più citata scompone il nome in prà de radego, dal veneto, e lo traduce «prato del diverbio»: una località contesa, o un luogo dove si dirimevano le controversie fra comunità confinanti. È un’idea affascinante e coerente con la funzione del luogo. Ma va maneggiata con cura, e vale la pena spiegare perché.

La fonte primaria dichiarata è una sola: Ulderico Bernardi, Abecedario dei villani. Un universo contadino veneto. Non abbiamo potuto verificarne la pagina, e i dati editoriali che circolano sono discordanti fra due edizioni diverse. Tutte le altre occorrenze che si trovano in rete — compresa quella di una sezione CAI — riproducono parola per parola lo stesso testo: sembrano tre conferme indipendenti e sono invece una sola fonte copiata tre volte. È esattamente il tipo di illusione da cui questa pagina cerca di difendersi. Aggiungiamo che non siamo riusciti a leggere il termine radego in un dizionario veneto consultabile: ci arriva solo attraverso quella catena.

La storia che raccontaSulla funzione del luogo, invece, si può dire molto. Il Comune di Follina descrive Praderadego come un «antico passaggio che collegava già in epoche lontane la Vallis Mareni con il montuoso Bellunese, ricco di legname», e ipotizza — dicendo però «molto probabile», non «certo» — che di qui passasse un ramo della via romana Claudia Augusta Altinate, il cui tracciato originale rimane «un mistero irrisolto». Sul versante bellunese vigila il Castello di Zumelle. Un valico di confine molto frequentato è d’altronde proprio il posto dove nascono le liti: le due letture, il diverbio e la strada, non si escludono affatto.

🟠 Ipotesi / origine controversa


I nomi ancora da decifrare

Questi sette valichi meritano una scheda quanto gli altri. Al momento, però, non possiamo darla: per nessuno di loro abbiamo trovato una spiegazione del nome sostenuta da una fonte linguistica o storica verificabile. Preferiamo dirlo, e lasciare aperto lo spazio.

In molti casi la risposta esiste, ma solo su carta: nei volumi del Dizionario toponomastico trentino, nel Dizionario toponomastico atesino avviato da Carlo Battisti (di cui il giovane Pellegrini curò nel 1948 il volume sui nomi locali del medio e alto Cordevole), nei vocabolari dialettali agordini e zoldani, negli archivi della Magnifica Comunità di Cadore. Sono ricerche che intendiamo fare.

Passo Valparola 2.192 m

Jù de Valparola · Intrà i Sass · Valparolapass

Nessuna fonte, nemmeno la Treccani, propone un’etimologia. Qualsiasi scomposizione del tipo «val + parola» sarebbe una congettura fonetica, e non la faremo. La storia del valico è invece precisa: nel 1558 il cardinale Madruzzo vi fece costruire una nuova strada per portare più rapidamente il minerale di ferro del Fursil, sopra Colle Santa Lucia, ai forni della Val Badia. Era una via commerciale fra il Tirolo e Venezia. Il forte Tre Sassi, oggi museo, è il capitolo successivo.

Passo Campolongo 1.875 m

Ju de Ćiaulunch (badiotto) · Jou de Ciaulonch (fodom) · Campolongopass

La lettura «campo lungo» sembra ovvia, ma nessuna fonte la afferma per questo passo, e le forme ladine non si sovrappongono banalmente a quella italiana. Preferiamo registrare i nomi e fermarci. La strada del valico fu costruita fra il 1898 e il 1901, collegando Livinallongo del Col di Lana a Corvara in Badia.

Passo Valles 2.033 m

Dof de Valés

Ricerche su Treccani, sul Dizionario Toponomastico Trentino, sugli istituti ladini e sulla letteratura toponomastica non hanno prodotto nulla sull’origine del nome. L’unico dato solido è la forma locale. La verifica andrebbe fatta sul volume del Dizionario toponomastico trentino dedicato a Primiero San Martino di Castrozza e Sagron Mis, che non è consultabile online.

Passo Cibiana 1.530 m

anche Forcella Cibiana · il paese è Žubiana in ladino

Il passo prende il nome dal paese, e il nome del paese è già attestato nella forma attuale nel 1365, nell’elenco delle comunità cadorine dotate di Laudi. Ma sull’etimologia di Cibiana non abbiamo trovato nulla: né il Comune, né l’Union Ladina, né le schede archivistiche ministeriali la propongono. Un nome in -ana farebbe pensare tipologicamente a un prediale romano, ma nessuno lo afferma per Cibiana e noi non lo affermeremo. Documentatissima è invece la storia del luogo: miniere di ferro attive già nel 1420, palle di cannone e poi chiodi e chiavi, cinquantuno officine a fine Ottocento, i murales dal 1980 e il museo sul Monte Rite.

Forcella Aurine 1.299 m

è anche il nome della frazione di Gosaldo

Nessuna fonte propone un’etimologia. E vale la pena smontare subito la suggestione più ovvia: il collegamento con l’oro non ha alcun appoggio, né documentario né geologico. Le miniere storiche della zona, quelle di Vallalta, erano di mercurio — cinabro, estratto dal 1740 al 1963 — e perfino il vicino toponimo California nasce come metafora dei profitti minerari, non da un giacimento aurifero. Aurine era una località di transito, frequentata per il pascolo e la fienagione, e legata all’emigrazione stagionale dei seggiolai di Gosaldo.

Passo Cereda 1.361 m

Zarèda in dialetto primierotto

Nessuna fonte etimologica reperita. Il termine non compare nemmeno nei repertori dialettali primierotti consultabili online. Esistono omonimi in Veneto e in Piemonte, ma dedurne qualcosa sarebbe un errore di metodo. Sul valico c’è la chiesetta di Santa Rita, ricostruita in muratura dopo un incendio.

Passo della Mauria 1.295 m

nessuna forma dialettale distinta documentata

È il caso più frustrante: nessuna fonte, nemmeno debole, propone un’origine del nome. Non deduciamo nulla da assonanze con «mauro» o simili. Ciò che invece è documentato è l’uso: il Comune di Forni di Sopra attesta «la questione pel monte Mauria», la lite confinaria fra Forni di Sopra e il Cadore che il capitano del Cadore Alessandro Brugno chiuse con una sentenza pronunciata sul posto, presso le sorgenti del Tagliamento, il 6 giugno 1353, fissando il confine al Rio Stabio e al torrente Torre — e riaccesasi comunque a più riprese fino al Seicento — ancora una volta un monte che è un pascolo conteso, non una cima. Il valico mette in comunicazione il bacino del Piave con quello del Tagliamento.


Domande frequenti sui nomi dei passi delle Dolomiti

Cosa significa Giau?

«Valico montano». Il Vocabolario Treccani, alla voce giógo (dal latino iŭgum), registra giau accanto a giou come variante ladino-dolomitica nell’accezione di valico, e precisa che il termine compare nei toponimi alpini. La spiegazione «ampio pascolo» che circola in rete non risulta sostenuta da alcuna fonte.

Da dove deriva il nome Falzarego?

Dal ladino ampezzano fòuze, «falce», secondo lo studio toponomastico di Lorenza Russo pubblicato dalle Regole d’Ampezzo. Resta incerto se il riferimento sia allo sfalcio del fieno o alla forma del territorio: le fonti non lo decidono.

Falzarego significa davvero «falso re»?

No, non come etimologia. La lettura falza rego = «falso re», legata alla leggenda dei Fanes, è una tradizione popolare e viene classificata dalle fonti serie come etimologia popolare. È un racconto prezioso, ma non è la spiegazione linguistica del nome.

Cosa significa Staulanza?

«La dimora in uno stavolo». È una voce cadorina registrata dal Vocabolario Treccani, derivata da stavolo (dal latino stabulum), la dimora stagionale d’alta quota dell’economia pastorale alpina. È il caso meglio documentato fra quelli trattati in questa pagina.

Perché il Passo Tre Croci si chiama così?

Per tre croci poste, secondo la tradizione, in memoria di una madre e dei suoi due figli morti assiderati nel febbraio 1789 mentre andavano da Auronzo verso Cortina. La vicenda è riportata concordemente ma solo da fonti divulgative, senza nomi né documenti: va considerata da verificare. Il nome ampezzano del valico, Són Zuógo, non contiene alcun riferimento alle croci.

Cosa significa Fedaia?

Probabilmente «pascolo per le pecore», dal latino tardo ricostruito *fetaria, secondo una derivazione attribuita a Giovan Battista Pellegrini. La radice è la stessa di feda, «pecora», ancora viva nel ladino e nel veneto.

Da dove deriva il nome Pordoi?

Non c’è una risposta unica. La toponomasta Giulia Mastrelli Anzilotti lo fa risalire, per metatesi, al latino pratum («prato») oppure a petra («pietra»): due etimi incompatibili lasciati entrambi aperti dalla fonte. Il nome è attestato come Phurdau nel 1260 e Monte Prodoy nel 1358, e il passo lo deve alla montagna, il Sass Pordoi.

Perché il Passo San Pellegrino si chiama così?

Perché il 14 giugno 1358 la Regola di Moena concesse a frate Gualterius, dell’Ordine di San Pellegrino nelle Alpi, un terreno per costruirvi un ospizio destinato ai viandanti. Il nome dell’ospizio ha poi sostituito quello antico del valico, che si chiamava la Mont de Aloch, «il pascolo di Aloch».

Chi ha studiato i nomi dei luoghi delle Dolomiti?

Il riferimento principale è Giovan Battista Pellegrini (1921–2007), nato a Cencenighe Agordino e professore di glottologia a Padova, autore fra l’altro di Toponomastica italiana (Hoepli, 1990). Prima di lui Dante Olivieri (1877–1964) aveva fondato la toponomastica veneta come disciplina sistematica, con Toponomastica veneta (Olschki, 1961). Sull’area dolomitica è fondamentale il Dizionario toponomastico atesino avviato da Carlo Battisti.


Conosci l’origine di un nome che non abbiamo ancora raccontato?

Questa pagina ha dei buchi, e li abbiamo lasciati in vista apposta. Mauria, Cereda, Valles, Cibiana, Aurine, Valparola, Campolongo: sono nomi che qualcuno, in qualche vallata, sa spiegare meglio di quanto sappiano fare le fonti che si trovano in rete.

Se avete tra le mani un documento, un libro di storia locale, una pubblicazione parrocchiale, un vocabolario dialettale, la tesi di qualcuno, o semplicemente la forma con cui vostro nonno chiamava quel valico — scrivetecelo. Vale anche una fotografia di una vecchia carta, di un cippo, di una lapide.

Una precisazione, perché è il cuore del progetto: ogni segnalazione verrà verificata prima di essere inserita, e quando la inseriremo diremo da dove viene. Non pubblichiamo spiegazioni suggestive senza fonte, nemmeno le più belle. È il patto che rende questa pagina utile anche fra vent’anni.

Studiosi locali, insegnanti, appassionati di dialetto, abitanti delle vallate: questa è una mappa che si può completare solo insieme.

Il viaggio nei nomi delle Dolomiti continua

Quella che avete letto non è una pagina finita: è una pagina aperta. Verrà aggiornata man mano che le ricerche procedono, che arrivano nuove fonti e che riusciamo a mettere le mani sui volumi che oggi non abbiamo potuto consultare. Alcune caselle oggi vuote si riempiranno; qualche spiegazione oggi data come probabile potrà essere confermata o corretta. Non promettiamo scadenze: promettiamo che ogni modifica sarà motivata.

Ai singoli passi che hanno una storia abbastanza ricca dedicheremo, uno alla volta, approfondimenti autonomi: il Giau e i suoi cippi di confine, il «falso re» del Falzarego, gli stavoli dello Staulanza, le tre croci del 1789, le pecore del Fedaia, l’ospizio del San Pellegrino, l’equivoco di San Boldo. Questa pagina resta il punto da cui partono e a cui tornano.

E i passi sono soltanto l’inizio. La stessa domanda — perché si chiama così? — vale per le montagne (Pelmo, Civetta, Antelao, Schiara, Agner, Tofane, Marmolada), per le valli, per i paesi, per i fiumi. Il Piave, il Cordevole, il Boite hanno nomi antichi quanto e più di quelli dei valichi. Le Dolomiti sono Patrimonio Mondiale UNESCO dal 2009 per il loro valore paesaggistico e geologico: i loro nomi sono un patrimonio parallelo, immateriale, e molto più fragile.

Se vi interessa questo modo di guardare le Dolomiti — meno cartolina, più storia — trovate lo stesso sguardo nella nostra guida alle Dolomiti senza overtourism e nella pagina dedicata al Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.


Fonti e approfondimenti

Elenchiamo soltanto le fonti effettivamente consultate per costruire questa pagina. Dove una fonte è citata attraverso un’altra, o non è stata verificata direttamente sull’originale, lo diciamo.

Fonti lessicografiche ed enciclopediche

Studi toponomastici e storici consultati online

  • Piergiorgio Cesco-Frare, La monte ed il monte: nomi e storie delle montagne del Comelico, con contributi linguistici ed etimologici di Giovan Battista Pellegrini, in «Le Dolomiti Bellunesi», estate 1996, ripreso in I Monti del Comelico, Sezione Val Comelico del CAI, giugno 2000 — testo online
  • Antonio Sommariva, Gli «ospitalieri» di San Pellegrino de monte Aloch presso Moena, in «Studi Trentini. Storia», 90/2 (2011), pp. 427-447 — PDF ad accesso aperto
  • Pino Videsott, Termini geografici ladini di Marebbe (Alto Adige), Bollettino della Società Geografica Italiana — PDF
  • Provincia autonoma di Trento, Dizionario Toponomastico Trentino, introduzione al volume sulla Val di Fassa — PDF
  • FBK – Istituto Storico Italo-Germanico, inventario dei Grenzakten del Tiroler Landesarchiv di Innsbruck (atti di confine su Giau, Ambrizzola, Livinallongo) — PDF

Istituzioni storiche, culturali e locali

Opere citate ma non verificate direttamente

Queste opere sono il fondamento degli studi toponomastici dolomitici e vengono richiamate dalle fonti sopra elencate. Non abbiamo potuto consultarle direttamente: le citiamo come riferimento bibliografico, non come verifica compiuta.

  • Giovan Battista Pellegrini, Toponomastica italiana, Hoepli, Milano 1990 (la derivazione di Fedaia vi è attribuita a p. 219 dalla fonte che la riporta).
  • Dante Olivieri, Toponomastica veneta, Leo S. Olschki, Firenze 1961.
  • Carlo Battisti (a cura di), Dizionario toponomastico atesino, Leo S. Olschki — comprende I nomi locali del medio ed alto Cordevole di G. B. Pellegrini (1948) e I nomi locali della Comunità di Cortina d’Ampezzo di C. Battisti (1947).
  • Lorenza Russo, Pallidi nomi di monti. Camminare nel territorio delle Regole d’Ampezzo, Regole d’Ampezzo, Cortina d’Ampezzo 1994.
  • Giulia Mastrelli Anzilotti, Toponomastica trentina: i nomi delle località abitate, Provincia autonoma di Trento, Trento 2003 (per Pordoi, p. 290 secondo la fonte che la cita).
  • Enzo Croatto, Vocabolario del dialetto ladino-veneto della Val di Zoldo, 2004, con introduzione di G. B. Pellegrini.
  • Ulderico Bernardi, Abecedario dei villani. Un universo contadino veneto (per Praderadego; i dati editoriali che circolano sono discordanti fra due edizioni diverse e non li abbiamo potuti verificare).
  • Stefano Lorenzi, Atlante toponomastico d’Ampezzo, 2012, presso i Musei delle Regole d’Ampezzo.

Ultima revisione della pagina: agosto 2026. Le classificazioni di attendibilità riflettono lo stato delle fonti reperibili a questa data e verranno aggiornate.