Passo Staulanza: perché si chiama così? La storia degli stavoli dello Zoldano

In apertura: il Monte Pelmo e la Val Fiorentina da Selva di Cadore, sul versante nord del Passo Staulanza. Foto: Ximonic (Simo Räsänen), Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Ci sono nomi che siamo abituati a pronunciare senza più sentirne il significato. Staulanza è uno di questi.

Per chi vive o frequenta la Val di Zoldo è il nome del passo che chiude la valle verso nord, sotto l’inconfondibile mole del Pelmo. È una strada, una salita per i ciclisti, un punto di partenza per le escursioni e uno dei valichi più conosciuti delle Dolomiti Bellunesi.

Ma molto prima che esistessero la strada asfaltata, le automobili, le biciclette e il turismo, quel nome raccontava già qualcosa. E raccontava come si viveva in montagna.

La sua origine ci porta infatti agli stavoli, le dimore stagionali utilizzate durante i mesi trascorsi nei pascoli, e a un mondo nel quale salire in quota non significava andare in vacanza, ma lavorare. È una piccola parola capace di conservare secoli di storia delle Dolomiti.

Staulanza: un’etimologia che non lascia molti dubbi

In questo caso non dobbiamo affidarci a interpretazioni suggestive o a leggende tramandate oralmente. La fonte è una delle più autorevoli possibili: la Treccani.

Nel suo Vocabolario, Treccani dedica una voce specifica a staulanza, definendola una voce cadorina derivata da stavolo. Il significato originario è quello della dimora in uno stavolo; successivamente la parola si è estesa fino a indicare anche l’insediamento stesso.

E la Treccani compie un passaggio per noi ancora più importante: cita espressamente il Passo Staulanza, il valico dolomitico che mette in comunicazione la valle di Zoldo con quella del torrente Fiorentina. Abbiamo quindi un caso raro e prezioso: un toponimo la cui spiegazione linguistica è collegata direttamente al luogo da una fonte lessicografica nazionale.

La parete del Monte Pelmo vista dal Passo Staulanza, sopra i prati del valico
Il Monte Pelmo dal Passo Staulanza. Foto: Luitold, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

La parola in breve

STABĒLUM  →  STAVOLO  →  STAULANZA  →  PASSO STAULANZA

Una storia linguistica che attraversa molti secoli.

🟢 Attendibilità dell’etimologia: documentata

Ma che cos’era uno stavolo?

Per capire davvero il nome del passo dobbiamo dimenticare per qualche momento l’immagine moderna dello Staulanza e immaginare queste montagne prima del turismo.

Anche in questo caso la Treccani ci viene in aiuto. La parola stavolo deriva dal latino stabŭlum e identifica una dimora stagionale tipica dell’ambiente montano, particolarmente diffusa nel Cadore e paragonabile, per funzione, ad altre forme di insediamento alpino come la malga o il maso.

Lo stavolo non era quindi semplicemente una «casetta di montagna». Era parte di un sistema economico e sociale. Quando nella bella stagione uomini e animali si spostavano verso i pascoli più alti, servivano luoghi nei quali sostare, custodire il bestiame, conservare il fieno, lavorare e affrontare giornate che seguivano ritmi completamente diversi da quelli del fondovalle.

La montagna alta era un luogo di lavoro. Ed è proprio questa realtà che sopravvive nel nome Staulanza.

Un tabià, il fienile in legno tipico del Cadore, isolato su un prato in pendenza fra i boschi autunnali
Un tabià a Calalzo di Cadore, isolato sui prati da sfalcio: la stessa famiglia di edifici da cui viene il nome del passo. Foto: Antonio De Lorenzo e Marina (Kufoleto), Wikimedia Commons, CC BY 3.0
Tavola illustrata che scompone le strutture funzionali della casa rurale della Val di Zoldo: stalla, fienile, abitazione
Le strutture funzionali del rustico della Val di Zoldo in una tavola dell’Atlante tematico del Touring Club Italiano. Ufficio Cartografico TCI, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Vale la pena guardare da vicino come erano fatte queste costruzioni. Non sono case nel senso in cui lo intendiamo oggi: sono macchine da lavoro, con la stalla al piano terra, il fienile sopra, e lo spazio per le persone ridotto al minimo indispensabile.

Tutto era organizzato attorno a due cose: il fieno e le bestie. Il resto veniva dopo.

Prima del passo c’erano i pascoli

Oggi guardiamo il Passo Staulanza soprattutto come un punto geografico. Da una parte la Val di Zoldo, dall’altra la Val Fiorentina. Di fronte, una delle immagini più potenti delle Dolomiti: il Pelmo e il Pelmetto.

Ma per le popolazioni che hanno abitato queste vallate per secoli la geografia veniva letta diversamente. Un bosco era una risorsa. Un prato aveva un proprietario, oppure apparteneva collettivamente a una comunità. Un pascolo aveva regole precise. Una sorgente poteva essere essenziale. Uno stavolo permetteva di sfruttare territori lontani dal paese durante una parte dell’anno.

E un valico non era innanzitutto un panorama: era un passaggio. Il nome Staulanza nasce dentro questo modo di vivere il territorio.

La lunga muraglia del Monte Civetta vista dal Passo Staulanza, sopra i prati e i boschi del valico
Il Civetta dal Passo Staulanza. Prati, boschi e pascoli: per secoli non un panorama, ma un inventario di risorse. Foto: kallerna, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Lo Zoldano delle Regole, dei boschi e dei pascoli

La storia della Val di Zoldo aiuta a capire quanto tutto questo fosse importante. Per secoli la valle fu organizzata attraverso le Regole, antiche comunità che amministravano collettivamente una parte fondamentale delle risorse del territorio.

Il Comune di Val di Zoldo ricorda come fra le Regole si distribuisse «l’utilizzo e la tutela dei pascoli e dei boschi» concessi alle varie comunità. Erano dieci, e portavano nomi che sono ancora quelli dei paesi: Regola Grande di Fornesiche, Regola di Forno, di Campo, di Astragal, di Dont, di Goima, Regola Grande di Coi, di Fusine, di Maroso, di Pecol.

Come funzionava una Regola

L’assemblea si riuniva una volta l’anno, il 23 aprile, per eleggere le proprie cariche: il marigo, che dirigeva, e il saltaro, che sorvegliava i boschi. Per farne parte servivano «foco e loco»: un cognome originario di Zoldo e una residenza stabile.

Le prime citazioni documentarie delle singole Regole risalgono al 1365, al 1371 e al 1383; la loro origine è però considerata più antica. Fonte: Comune di Val di Zoldo.

Non si trattava quindi di un paesaggio selvaggio e indistinto. La montagna era percorsa, conosciuta, utilizzata e regolata. Ogni prato, bosco, corso d’acqua, sentiero e zona di pascolo poteva avere una funzione precisa. E molto spesso aveva anche un nome. La toponomastica delle Dolomiti nasce in gran parte da qui.

Il gruppo del Civetta sopra i boschi autunnali della Val di Zoldo
La Val di Zoldo in autunno sotto il Civetta. Foto: 2015 Michael 2015, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

C’è anche un dettaglio più antico, e vale la pena riportarlo per quello che è. Nella ricostruzione storica del Comune, la zona dello Staulanza e della Fertazza compare come il punto fino al quale si sarebbe spinta, dalla Carnia attraverso il Passo della Mauria, l’espansione di Julium Carnicum — e sul Civetta si conservano iscrizioni confinarie di epoca romana. È una ricostruzione dell’ente locale, non una prova archeologica che possiamo verificare qui: la segnaliamo perché suggerisce quanto indietro possa risalire il ruolo di confine di questo valico.

Staulanza non descrive una montagna: descrive la presenza dell’uomo

Questo è forse l’aspetto più affascinante. Il nome Pelmo identifica una montagna. Il nome Civetta un’altra grande montagna. Staulanza, invece, ci parla direttamente dell’uomo dentro la montagna.

Non descrive una vetta o una forma della roccia. Conserva la memoria dell’abitare stagionale, degli spostamenti verso i pascoli e delle costruzioni necessarie a quella vita. È come se, pronunciando «Staulanza», continuassimo inconsapevolmente a ricordare generazioni di persone che salivano fin quassù per lavorare.

Forcella Staulanza, la porta alta della Val di Zoldo

Il valico rappresenta anche geograficamente una delle porte fondamentali dello Zoldano: da qui la strada scende verso Pecol e il cuore della Val di Zoldo, seguendo poi il corso del torrente Maè; dall’altro lato conduce verso la Val Fiorentina e Selva di Cadore.

La Treccani, nella voce dedicata alla Valle di Zoldo, la colloca «fra il gruppo delle Alpi Zoldane (Pelmo, m 3168) e quello delle Agordine, che culminano nel Civetta (3220 m)», e ricorda che proprio dai pendii orientali di questo massiccio nasce il Maè.

Il passo è dunque contemporaneamente confine, collegamento e punto di passaggio. Ma il suo nome è precedente al ruolo turistico e stradale che oggi gli attribuiamo.

I prati e i boschi della Val Fiorentina, nelle Dolomiti Bellunesi, chiusi dalle cime rocciose
La Val Fiorentina, l’altro versante del valico. Foto: piero tasso, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Sotto il Pelmo, un paesaggio che conserva ancora quella storia

Non è difficile capire perché proprio qui sia sopravvissuto un nome legato agli stavoli. Ancora oggi attorno allo Staulanza il paesaggio alterna boschi e zone aperte di pascolo.

Poco prima del passo, fra il Pelmo e il Civetta, si trova tuttora la Malga Staulanza, gestita da una famiglia dalla tarda primavera a fine estate: un’attività d’alpeggio che è anche agriturismo, e che continua — in forme evidentemente diverse — il mestiere per cui questi prati erano nati.

Naturalmente la montagna di oggi non è quella di alcuni secoli fa. Ma il filo non si è spezzato del tutto. Il pascolo che vediamo dal finestrino dell’automobile, la malga, i prati ai piedi del Pelmo e il nome stesso del passo appartengono a capitoli diversi della medesima storia.

Quando i nomi diventano documenti

È facile considerare la toponomastica una curiosità. In realtà i nomi dei luoghi possono essere veri e propri documenti storici.

Una costruzione può scomparire. Un’attività economica può cessare. Una popolazione può cambiare abitudini. Una strada nuova può sostituire il vecchio sentiero. Ma il nome spesso rimane. E così una parola continua a trasmettere un’informazione anche quando chi la pronuncia non ne conosce più il significato.

Staulanza è esattamente uno di questi casi. Nel nome di un passo frequentato oggi da escursionisti, sciatori, automobilisti, motociclisti e ciclisti sopravvive il ricordo di una montagna completamente diversa: quella degli stavoli e degli uomini che vi trascorrevano parte dell’anno.

Il cartello con il nome e la quota della Forcella Staulanza sulla sommità del valico
Il nome, scritto sul valico. Foto: Ulflulfl, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Dal latino alle Dolomiti: una parola che ha viaggiato nel tempo

C’è infine un particolare che rende questa storia ancora più suggestiva. La Treccani riconduce stavolo al latino stabŭlum, la stessa radice di stabbio. L’idea di partenza è dunque quella del luogo nel quale uomini o animali sostano.

Attraverso secoli di trasformazioni linguistiche quella parola è entrata nelle parlate alpine, si è adattata ai territori e ha prodotto staulanza. Poi una di quelle staulanze è diventata talmente identificativa del luogo da lasciare il proprio nome all’intero valico.

Oggi diciamo semplicemente: Passo Staulanza. Dietro quelle due parole, però, possiamo leggere un percorso molto più lungo: latino → parlata locale → vita pastorale → insediamento → territorio → toponimo.

Un nome che cambia il modo di guardare il passo

La prossima volta che si raggiunge lo Staulanza vale la pena fermarsi un momento. Guardare il Pelmo. Guardare i prati. Guardare il bosco. E provare a cancellare mentalmente, per qualche istante, l’asfalto e le automobili.

Quel luogo non è nato come punto panoramico. Per generazioni è stato parte di una montagna vissuta e lavorata. Ed è forse questo il fascino più profondo della toponomastica: quando scopriamo che cosa significa un nome, anche un paesaggio che credevamo di conoscere cambia.

Staulanza non è soltanto il nome di un passo. È una piccola traccia linguistica lasciata da chi ha abitato le Dolomiti prima di noi.

Il Monte Pelmo che domina i prati e il campanile della frazione di Coi, in Val di Zoldo
Il Pelmo sopra Coi, in Val di Zoldo. Foto: Marco pestarino, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Passo Staulanza in breve

Dove si trova: Dolomiti Bellunesi, Val di Zoldo — 1.773 m

Collega: Val di Zoldo e Val Fiorentina

Montagne principali: Pelmo e Pelmetto, gruppo del Civetta

Origine del nome: voce cadorina derivata da stavolo

Stavolo: dimora stagionale alpina, dal latino stabŭlum

Significato storico: la permanenza o l’insediamento presso gli stavoli

Fonte linguistica principale: Vocabolario Treccani

🟢 Attendibilità: documentata

Domande frequenti sul Passo Staulanza

Perché si chiama Passo Staulanza?

Il nome deriva da stavolo, parola che indica una dimora stagionale caratteristica dell’ambiente alpino. Secondo il Vocabolario Treccani, staulanza è una voce cadorina che indicava originariamente la permanenza in uno stavolo e, per estensione, l’insediamento stesso; la stessa voce cita esplicitamente il Passo Staulanza. Il toponimo conserva quindi la memoria degli insediamenti stagionali e dell’economia pastorale d’alta quota.

Che cosa significa «stavolo»?

Deriva dal latino stabŭlum. Nell’ambiente alpino indica una dimora stagionale usata nelle attività agricole e pastorali, paragonabile per alcuni aspetti alla malga o al maso, e particolarmente diffusa nel Cadore.

Staulanza significa «luogo pieno di stavoli»?

Non esattamente, ed è meglio evitare questa semplificazione. La Treccani definisce staulanza propriamente come la dimora o permanenza in uno stavolo, con successiva estensione del significato all’insediamento stesso. Il collegamento con gli stavoli è certo; interpretarlo come «luogo ricco di stavoli» sarebbe invece meno preciso.

Il Passo Staulanza appartiene alla Val di Zoldo?

Costituisce la testata della valle principale dello Zoldano e mette in comunicazione la Val di Zoldo con la Val Fiorentina. È uno dei luoghi simbolo dell’alta Val di Zoldo, sotto il massiccio del Pelmo.

Fonti e approfondimenti

Perché si chiama così?

Questo articolo fa parte del progetto editoriale di DolomitiBelluno.it dedicato all’origine dei nomi dei passi delle Dolomiti: parole antiche che raccontano pascoli, confini, lingue, uomini e storie del territorio. Nella pagina madre trovate tutti gli altri valichi, con l’indicazione di quanto ogni spiegazione sia documentata.

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