Passo Giau: perché si chiama così? La storia nascosta nel nome

In apertura: il Passo Giau dal versante sud, con la Ra Gusela in primo piano e il Nuvolau sullo sfondo. Foto: Frisia Orientalis, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Quattro lettere. Giau è uno dei nomi più brevi delle Dolomiti e, molto probabilmente, uno dei più antichi.

Lo pronunciano ogni estate migliaia di ciclisti, motociclisti e automobilisti che salgono da Cortina o da Selva di Cadore. Compare nelle tappe del Giro, nelle fotografie all’alba, nei cartelli stradali. Quasi nessuno si chiede da dove venga.

E invece è una parola con una storia lunghissima alle spalle: una di quelle in cui il nome, invece di ricordare un santo, una famiglia o un episodio, dice semplicemente che cosa è il luogo che porta quel nome.

Nel primo articolo di questa serie abbiamo visto che Staulanza conserva la memoria degli stavoli, cioè di una montagna abitata e lavorata. Giau, se le fonti reggono, racconta qualcosa di diverso: una montagna attraversata.

Panorama dal Passo Giau con la Ra Gusela e il gruppo del Nuvolau al centro e le Tofane sulla destra
Panorama dal Passo Giau: al centro la Gusela e il gruppo del Nuvolau, a destra sullo sfondo le Tofane. Foto: TheoCole.nl, Wikimedia Commons, CC BY 2.5

La risposta sta in una parola latina: iŭgum

Partiamo dalla fonte più solida disponibile, il Vocabolario Treccani. Alla voce giógo l’etimologia è indicata subito, fra parentesi quadre: dal latino iŭgum.

Fin qui nulla di sorprendente: il giogo è l’attrezzo di legno che si appoggiava sul collo dei buoi. Ma la voce prosegue, e all’accezione 6.b arriva il passaggio che ci interessa. Lo riportiamo alla lettera:

«Valico montano; il termine compare in toponimi alpini (per es., Giogo dello Stelvio), spesso con varianti dialettali (ladino dolomitico giou, giau), e in toponimi appenninici (per es., Giogo di Scarperia).»
Istituto della Enciclopedia Italiana — Treccani, Vocabolario, voce giógo

È una frase breve e vale la pena leggerla due volte. La Treccani sta dicendo tre cose insieme: che giogo significa anche valico montano; che questa parola compare nei toponimi alpini; e che vi compare spesso in forme dialettali, fra le quali indica esplicitamente le due varianti del ladino dolomitico: giou e giau.

La parola in breve

IŶGUM  →  GIOGO  →  GIOU / GIAU  →  PASSO GIAU

Dal latino al ladino dolomitico, con un significato che non è mai cambiato: il valico.

🟢 Attendibilità dell’etimologia: documentata

Un’unica precisazione, per onestà. La Treccani documenta la parola giau e dice che questa famiglia di termini compare nei toponimi alpini, ma non nomina espressamente il Passo Giau, come faceva invece con staulanza. L’ultimo centimetro lo mettiamo noi: un valico delle Dolomiti ladine che si chiama esattamente Giau. È un passo cortissimo, ma va detto che lo stiamo facendo.

Quando «giogo» voleva dire anche valico

Oggi, se sentiamo la parola giogo, pensiamo quasi solo all’attrezzo da lavoro — o alla metafora della sottomissione, il «giogo» di qualcuno. Il significato geografico ci è diventato quasi invisibile.

Eppure la Treccani lo registra in due gradini successivi: prima la «sommità di montagna lunga e tondeggiante», poi il «valico montano». Il passaggio di senso è molto concreto: il giogo dei buoi è quella trave un po’ incurvata che sta fra due punti alti, e lo stesso profilo — due cime e in mezzo un avvallamento — è esattamente ciò che si vede guardando un valico dal basso.

Non è un caso isolato: la stessa parola ha lasciato il proprio segno in mezza Italia, dal Giogo dello Stelvio al Giogo di Scarperia in Appennino. Nelle Alpi orientali la ritroviamo travestita da altre lingue: Joch in tedesco (Pordoi­joch, Kreuzberg­pass a parte), zovo nei dialetti veneti e cadorini.

Su quest’ultima forma abbiamo una conferma vicinissima, e vale la pena citarla perché viene da uno studio con contributi di Giovan Battista Pellegrini, il maggiore studioso italiano di toponomastica alpina, nato a Cencenighe Agordino. In un lavoro sui nomi delle montagne del Comelico, firmato da Piergiorgio Cesco-Frare, si legge che «Zovo (comeliano Dóo) viene chiaramente da jugum nel senso di ‘valico di montagna’».

A una cinquantina di chilometri dal Giau, quindi, la stessa base latina è documentata da uno specialista per un altro valico. Non è una prova diretta su Giau, ma dice che la famiglia linguistica è reale e viva proprio da queste parti.

Le forme ladine: Jof de Giau e Śuogo de Jou

Il nome del passo circola anche in due forme ladine: Jof de Giau nel ladino di Livinallongo (fodom) e Śuogo de Jou in ampezzano. Sono le grafie riportate dalle voci enciclopediche in rete e ripetute da moltissimi siti.

Qui dobbiamo essere trasparenti: non siamo riusciti a verificarle su un dizionario o una pubblicazione di un istituto culturale ladino, e finché non lo faremo le riportiamo come forme correnti, non come dato certificato.

Quello che invece è documentato è il significato delle parole che le precedono. Nel repertorio dei termini geografici ladini di Marebbe raccolto da Pino Videsott e pubblicato dalla Società Geografica Italiana, l’appellativo ju, juèl vale «giogo». E jof, śuogo sono le corrispondenti forme locali della stessa parola.

Il sentiero che scende dalla Forcella Nuvolau verso il Passo Giau fra i pascoli d’alta quota
Il sentiero dalla Forcella Nuvolau al Passo Giau. Foto: Marco Ober, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Se ne ricava un dettaglio curioso, che i toponomasti conoscono bene: Jof de Giau significherebbe, alla lettera, «giogo di Giau». Cioè «valico di valico». Non è un errore né una stranezza: succede continuamente quando una parola smette di essere trasparente ai parlanti e viene percepita come un nome proprio, così che davanti le si rimette il termine generico. È lo stesso meccanismo per cui diciamo «il fiume Rio Grande» o «il deserto del Sahara», che già di per sé vuol dire deserto.

Ma Giau significa davvero «ampio pascolo»?

Circola anche un’altra spiegazione, secondo la quale Giau vorrebbe dire «ampio pascolo». Siamo andati a cercarla, perché se esistesse una fonte seria andrebbe riportata.

Non l’abbiamo trovata. Non compare sulla Treccani, non compare nelle voci enciclopediche italiane e inglesi dedicate al passo — che sull’etimologia tacciono del tutto — e non compare sul portale istituzionale italia.it, che pure racconta la storia del valico. Se qualcuno la afferma, lo fa senza indicare da dove venga.

Vale però la pena capire perché quella spiegazione suona così convincente, perché il motivo è interessante. Il Giau è davvero, storicamente, un grande pascolo: la documentazione d’archivio che vedremo fra poco parla per secoli di «boschi e pascoli sul monte Giau», e ancora oggi il valico fa parte degli alpeggi delle Regole di San Vito di Cadore. Il pascolo, insomma, c’è eccome: solo che appartiene alla storia del luogo, non all’etimologia del nome.

È una confusione frequentissima nella toponomastica, e la si evita con una domanda sola: la fonte sta descrivendo il posto o sta ricostruendo la parola?

Il Giau è stato davvero un luogo di passaggio

Un’etimologia diventa convincente quando il territorio le dà ragione. E qui il territorio dà ragione in modo quasi imbarazzante.

L’Istitut Ladin Micurà de Rü documenta a Forcella Giau due siti preistorici, siglati VF20 e VF21, fra i 2.276 e i 2.330 metri di quota, in comune di San Vito di Cadore. Le prospezioni condotte fra il 1999 e il 2001 vi hanno raccolto «una sessantina di manufatti in selce scheggiata», attribuiti al Mesolitico (9.500-5.500 a.C.). I reperti sono conservati al Museo Vittorino Cazzetta di Selva di Cadore e, in deposito temporaneo, all’Università di Ferrara.

Una precisazione geografica che conviene fissare subito, perché le tre cose vengono spesso confuse: il Passo Giau è il valico stradale; la Forcella Giau è un’altra sella, più alta, poco distante; Mondeval de Sora è l’altopiano che si apre a sud-est, intorno ai 2.150 metri.

È proprio a Mondeval che nel secolo scorso è stata trovata una delle sepolture più straordinarie della preistoria europea. Il Museo di Paleontologia e Preistoria «P. Leonardi» dell’Università di Ferrara, che condusse gli scavi, descrive il sito come collocato «alla testata della Val Fiorentina, a circa 2.150 m di altitudine»: la tomba di un uomo di una quarantina d’anni, vissuto circa settemila anni fa, deposto sotto un masso con oltre sessanta oggetti di corredo in pietra, osso e palco di cervo.

È l’Uomo di Mondeval, ed è la sepoltura mesolitica d’alta quota più ricca conosciuta in Italia.

Ricostruzione museale della sepoltura mesolitica di Mondeval de Sora con lo scheletro e il corredo funebre
La sepoltura di Mondeval de Sora al Museo Vittorino Cazzetta di Selva di Cadore. Foto: Thilo Parg, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Il punto, per noi, non è l’archeologia in sé. È che ottomila anni fa qualcuno saliva già fin lassù, e per arrivarci passava di lì. Un nome che significa «valico» non descrive una funzione recente: descrive la cosa più antica che di questo luogo si possa dire.

Quando il valico diventava confine

C’è una conseguenza inevitabile dell’essere un passaggio: prima o poi qualcuno decide dove finisce il proprio territorio e dove comincia quello degli altri. E sul Giau questa decisione ha richiesto più di quattro secoli.

La documentazione è di prima mano e sta a Innsbruck. L’inventario del fondo Grenzakten del Tiroler Landesarchiv, curato dall’Istituto storico italo-germanico della Fondazione Bruno Kessler, elenca faldone dopo faldone la storia della lite:

Quattro secoli di carte

1318–1605 — «territori contesi tra le comunità di Ampezzo e San Vito, in particolare il Monte Giau»

1557–1590 — «controversie tra Ampezzo e San Vito per l’uso dei boschi e dei pascoli sul monte Giau e Chiostego»

1686–1753 — «controversie tra Ampezzo e San Vito sui confini dei boschi e dei pascoli, in particolare sul monte Giau»

Fonte: inventario dei Grenzakten del Tiroler Landesarchiv di Innsbruck, FBK – Istituto storico italo-germanico.

Chi confinava con chi, esattamente? Conviene dirlo con precisione, perché la formula sbrigativa «confine fra Italia e Austria» che si legge spesso è sbagliata due volte: nel Settecento l’Italia non esisteva, e la controparte non era genericamente «l’Austria».

Ampezzo apparteneva alla Contea del Tirolo, e quindi ai domini asburgici, dal 1511: le Regole d’Ampezzo datano al 18 ottobre di quell’anno la conquista del castello di Botestagno. San Vito di Cadore faceva parte del Cadore e quindi, dal primo Quattrocento, della Repubblica di Venezia. Poco più a ovest, Colle Santa Lucia era possedimento del principe vescovo di Bressanone, come ricorda il Comune stesso citando notizie che risalgono al 1145.

Sul Giau, dunque, non si toccavano due Stati moderni: si toccavano due comunità di montagna che appartenevano a due sovranità diverse. Ed è per questo che, quando la lite diventò insostenibile, a risolverla dovette intervenire una commissione internazionale.

1753

Quando sul Giau si costruì un confine di pietra

La contesa si chiuse davanti a una commissione internazionale austro-veneta riunita a Rovereto, che si pronunciò a favore di San Vito di Cadore. La sentenza porta la data del 20 ottobre 1752; la ratifica di Venezia e di Vienna arrivò nel giugno dell’anno seguente.

I sanvitesi conservavano i loro diritti, ma a una condizione: dovevano costruire, a proprie spese, un muro a secco che impedisse al bestiame di sconfinare. Il testo della sentenza prescriveva «una marogna di piedi sei di altezza, grossa in fondo piedi cinque ed il cima due».

Il cantiere — secondo una tesi dell’Università di Padova dedicata alle incisioni rupestri della Regola Granda di San Vito — cominciò il 24 giugno 1753 e si chiuse il 18 settembre dello stesso anno. Meno di tre mesi per circa due chilometri di muro a secco sopra i duemila metri.

Alle estremità furono murate due lapidi con gli stemmi delle due sovranità: il leone di San Marco in pietra di Castellavazzo e l’aquila asburgica in marmo bianco. Lungo il tracciato furono piantati dieci cippi. Uno di questi, l’ottavo, è il cosiddetto Sasso Rosso: un masso che portava già incisioni di epoche precedenti e che il muro si limitò a inglobare.

I resti del muro a secco della Marogna di Giau fra l’erba e i sassi del versante
Ciò che resta della Marogna di Giau. Foto: Naunede, Wikimedia Commons, pubblico dominio

Chi sale oggi da Pocol lo attraversa senza accorgersene: dopo circa sei chilometri, sulla sinistra, una pietra con la data 1753 segnala il punto in cui la strada taglia quel che resta della Marogna. Il portale istituzionale italia.it la descrive come un «vallo di sassi costruito allora dai cadorini per fissare il confine con l’Ampezzano».

1779: il confine messo per iscritto

Il muro non chiuse del tutto la questione. Ventisei anni dopo, il 20 agosto 1779, Ampezzo e San Vito firmarono un trattato che descriveva analiticamente l’intera linea di confine. Nell’inventario di Innsbruck l’atto è riassunto così, e vale la pena leggerlo perché è una carta geografica scritta in parole:

«Trattato e protocollo esecutoriale dd. 20 agosto 1779 tra Ampezzo e S. Vito, principiando dalla Fortezza del monte Giaù per i pioveri del monte Termin, le sommità delle Crode del monte Ambrizzola, Rochetta di Selvaniera, trapassando il fiume Boite alla Lasta dell’Agnella, indi al piede del monte Larietto fino alla sommità del monte Soprapiz»
Inventario dei Grenzakten, Tiroler Landesarchiv, Innsbruck

Il confine, come si vede, comincia proprio dal monte Giau. Non era un punto qualsiasi della montagna: era il punto da cui si contava tutto il resto.

Pascoli, Regole e confini: quando la montagna valeva moltissimo

Resta da chiedersi perché qualcuno abbia litigato per quattro secoli e speso una fortuna per costruire un muro a duemila metri. La risposta la danno le carte stesse: si litigava per boschi e pascoli.

Non si trattava di proprietà private. Su queste montagne il pascolo apparteneva collettivamente alle comunità, amministrato dalle Regole secondo tre principi rigidissimi che le Regole d’Ampezzo riassumono così: i beni non si possono vendere, non si possono dividere, non si possono acquisire per usucapione. Un pascolo perso era perso per sempre, per tutti, e per tutte le generazioni successive.

Le stesse Regole d’Ampezzo ricordano che i boschi comuni ai confini con Dobbiaco, San Vito e Auronzo «furono causa di liti, contese e processi decennali», e che se il confine con Dobbiaco fu fissato già nel 1536, per quelli con Auronzo e San Vito «dovettero passare oltre duecento anni».

L’ampio pianoro pascolivo dell’alpe di Mondeval, nel territorio di San Vito di Cadore
L’alpe di Mondeval: il pascolo d’alta quota che per secoli fu la vera posta in gioco. Foto: Naunede, Wikimedia Commons, pubblico dominio

È il punto in cui il Giau e lo Staulanza si danno la mano. Lì il nome conserva la memoria di chi stava in montagna per lavorarla; qui la storia racconta quanto quello stesso lavoro valesse, al punto da giustificare una commissione internazionale e due chilometri di pietre.

E il filo non si è interrotto: le Regole di San Vito di Cadore gestiscono ancora oggi gli alpeggi di Giau, Mondeval de Sora, Prendera e Fiorentina-Dorona, con il bestiame in quota dal 15 giugno al 15 settembre e le vacche da latte alla Malga Giau. Il pascolo per cui si litigava nel Settecento è ancora un pascolo.

Il Lago delle Baste sull’altopiano di Mondeval, circondato da prati e cime rocciose
Il Lago delle Baste, a Mondeval. Foto: El-turbio, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Un ultimo dettaglio, che chiude il cerchio in modo quasi letterario. Nel 1999, poco lontano, presso il Lago delle Baste, è stata trovata una lastra di arenaria con un’iscrizione in alfabeto venetico, e fra le ipotesi sul suo uso quella più accreditata è proprio la funzione confinaria. Se così fosse, su questo altopiano si segnano confini da prima dei Romani: la lastra venetica, le incisioni medievali del Sasso Rosso, la Marogna del 1753, il trattato del 1779. Quattro modi diversi, in duemila anni, di dire la stessa cosa: fin qui.

Dal valico antico al Passo Giau di oggi

Il valico si apre a circa 2.236 metri e mette in comunicazione la conca di Cortina d’Ampezzo, sul versante della Val Boite, con la Val Fiorentina e quindi con il bacino del Cordevole, verso Selva di Cadore e Colle Santa Lucia. Il territorio a est del passo appartiene invece a San Vito di Cadore: quattro comuni, insomma, gravitano su questa sella.

Sulla quota le fonti non vanno perfettamente d’accordo — si leggono 2.233, 2.236 e perfino 2.305 metri — e la cosa migliore è non costruire nulla su una differenza di pochi metri. Il valore di 2.236 è il più ricorrente ed è quello che riportano sia la scheda del Comune di Colle Santa Lucia sia la letteratura scientifica che si è occupata della zona.

Intorno al passo si dispone uno degli anfiteatri più riconoscibili delle Dolomiti: la lama sottile della Ra Gusela, il Nuvolau con il suo rifugio sulla cima, l’Averau, e più a est i Lastoi de Formin e la Croda da Lago, con l’altopiano di Mondeval a chiudere il quadro.

La strada che oggi lo attraversa — la provinciale 638 — sale da Pocol con 8,6 chilometri all’8,3% di pendenza media e scende sull’altro versante con ventinove tornanti e tre gallerie paravalanghe.

Non siamo riusciti a stabilire con certezza in che anno la carrozzabile sia stata aperta: la strada compare nel piano generale delle strade statali del 1959 ed è elevata a statale con decreto del 1971, ma nessuna fonte che abbiamo consultato indica la data dei lavori. Lo scriviamo perché sembra un dettaglio banale e invece non lo è: significa che l’asfalto ha meno di un secolo, mentre il nome ne ha almeno venti.

I prati aperti del Passo Giau con le cime dolomitiche che chiudono l’orizzonte
I prati del valico, oggi. Foto: Zairon, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Il Giau e il Giro d’Italia

Corridori e pubblico sulla strada del Passo Giau durante il Giro d’Italia 2021
Il Giro d’Italia sul Passo Giau nel 2021. Foto: Wompratte, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Il Passo Giau è entrato nella storia del ciclismo relativamente tardi. Secondo il sito ufficiale del Giro d’Italia, il debutto è del 1973, quando lo scalatore spagnolo José Manuel Fuente vinse la tappa Andalo–Auronzo.

La giornata più ricordata resta quella del 2021: sotto la pioggia e il freddo, Egan Bernal attaccò in maglia rosa e staccò i rivali, mettendo di fatto in cassaforte la vittoria finale. Quell’anno il Giau fu anche Cima Coppi, la vetta più alta della corsa, subentrando al Pordoi cancellato per maltempo.

È un contrasto che vale la pena tenere a mente: la stessa sella per cui due comunità si sono trascinate in tribunale per quattrocento anni è oggi uno dei nomi più pronunciati del ciclismo mondiale. Se il Giau vi interessa anche dal manubrio, ne parliamo nella scheda dedicata al Passo Giau in bicicletta.

Quando conoscere un nome cambia il paesaggio

Ci sono nomi che raccontano chi è passato: un santo, una famiglia, una disgrazia. Ce ne sono altri, più rari, che non raccontano nulla di tutto questo perché dicono semplicemente che cosa è il luogo. Giau appartiene, con ogni probabilità, a questa seconda famiglia.

È una parola che ha attraversato duemila anni cambiando pochissimo — da iŭgum a giogo, da giogo a giau — e che ha continuato a significare la stessa identica cosa: il punto in cui si passa dall’altra parte. L’hanno pronunciata i cacciatori mesolitici che salivano a Mondeval, i pastori che vi portavano le bestie, i notai che scrivevano gli atti di confine, i muratori del 1753. La pronunciamo noi, dal finestrino, senza saperlo.

È anche il motivo per cui questo nome non è mai stato tradotto in italiano. Staulanza ha resistito perché nessuno sapeva più che cosa volesse dire. Giau ha resistito per la ragione opposta: continuava a funzionare.

La prossima volta che ci si ferma lassù, vale la pena guardare la sella e non le cime. È quella, non la roccia, ad avere dato il nome a tutto il resto.

Passo Giau in breve

Dove si trova: Dolomiti Bellunesi, fra Cortina d’Ampezzo, San Vito di Cadore, Colle Santa Lucia e Selva di Cadore — circa 2.236 m

Collega: la Val Boite con la Val Fiorentina e il bacino del Cordevole

Montagne principali: Ra Gusela, Nuvolau, Averau, Lastoi de Formin, Croda da Lago

Forme locali correnti: Jof de Giau (fodom), Śuogo de Jou (ampezzano)

Origine del nome: dal latino iŭgum attraverso giogo, di cui giau è la variante ladino-dolomitica

Significato: valico montano

Fonte linguistica principale: Vocabolario Treccani, voce giógo

🟢 Attendibilità: documentata

Domande frequenti sul Passo Giau

Cosa significa Giau?

«Valico montano». Il Vocabolario Treccani, alla voce giógo, registra giau (accanto a giou) come variante ladino-dolomitica di giogo nell’accezione di valico, e precisa che il termine compare nei toponimi alpini.

Da dove deriva il nome Passo Giau?

Dal latino iŭgum, «giogo», che è l’etimologia indicata dalla Treccani per la parola giogo. Attraverso l’italiano giogo e le forme ladino-dolomitiche giou e giau, la parola è arrivata fino a noi mantenendo il significato geografico di valico.

Giau è una parola ladina?

È una parola di origine latina passata al ladino dolomitico, dove la Treccani la registra nelle forme giou e giau. Il passo è noto anche con le forme locali Jof de Giau (ladino di Livinallongo) e Śuogo de Jou (ampezzano), che significano entrambe, alla lettera, «giogo di Giau».

Giau significa «pascolo»?

Non risulta. Non abbiamo trovato alcuna fonte linguistica che lo affermi: né la Treccani, né le voci enciclopediche, né i portali istituzionali. Il Giau è però davvero un grande pascolo storico, conteso per secoli e ancora oggi alpeggio delle Regole di San Vito: è probabilmente da qui che nasce la confusione fra la storia del luogo e l’origine del nome.

Cosa significa «giogo» in montagna?

Oltre allo strumento per aggiogare i buoi, la Treccani registra due accezioni geografiche: la «sommità di montagna lunga e tondeggiante» e il «valico montano». È il significato che sopravvive in toponimi come Giogo dello Stelvio o Giogo di Scarperia, e nel tedesco Joch.

Dove si trova il Passo Giau?

Nelle Dolomiti Bellunesi, a circa 2.236 metri, fra Cortina d’Ampezzo e la Val Fiorentina. Vi gravitano i territori di Cortina, San Vito di Cadore, Colle Santa Lucia e Selva di Cadore; il valico stradale collega la Val Boite con il bacino del Cordevole.

Cos’è la Muraglia di Giau?

Un muro a secco lungo circa due chilometri, costruito nel 1753 dagli abitanti di San Vito di Cadore a proprie spese per fissare il confine con Ampezzo, dopo la sentenza di una commissione austro-veneta. Salendo da Pocol, una pietra con la data 1753 segnala il punto in cui la strada attraversa ciò che ne resta.

Fonti e approfondimenti

  • Istituto della Enciclopedia Italiana — Treccani, Vocabolario, voce giógo. Fonte linguistica principale.
  • Piergiorgio Cesco-Frare, con contributi linguistici ed etimologici di Giovan Battista Pellegrini, La monte ed il monte: nomi e storie delle montagne del Comelico, in «Le Dolomiti Bellunesi», estate 1996, ripreso dalla Sezione Val Comelico del CAI — testo online.
  • Pino Videsott, Termini geografici ladini di Marebbe (Alto Adige), Bollettino della Società Geografica Italiana — PDF.
  • FBK – Istituto storico italo-germanico, inventario dei Grenzakten del Tiroler Landesarchiv di Innsbruck (controversie Ampezzo–San Vito sul monte Giau; trattato del 20 agosto 1779) — PDF.
  • Chiara Dalla Pozza, tesi di laurea magistrale sulle incisioni rupestri nei territori d’alta quota della Regola Granda di San Vito di Cadore, Università di Padova — PDF. Per le date del cantiere del 1753 e per il Sasso Rosso.
  • Montagna.TV — per il testo della sentenza e la descrizione delle lapidi araldiche.
  • italia.it, portale ufficiale del turismo italiano — per la pietra del 1753 lungo la strada e la definizione della Marogna.
  • Regole d’Ampezzo — Le Regole nei secoli e La proprietà collettiva nelle Dolomiti d’Ampezzo.
  • Regole di San Vito di Cadore — la gestione delle malghe e dei pascoli.
  • Istitut Ladin Micurà de Rü — Forcella Giau e Lago delle Baste, siti mesolitici.
  • Università di Ferrara, Museo di Paleontologia e Preistoria «P. Leonardi» — la sepoltura mesolitica di Mondeval de Sora.
  • Comune di Colle Santa Lucia — Colle Santa Lucia e la storia.
  • Giro d’Italia, sito ufficiale — per il debutto del 1973 e la tappa del 2021.

Ultima revisione: agosto 2026. Restano da verificare su fonti ladine istituzionali le grafie Jof de Giau e Śuogo de Jou, e su fonti d’archivio l’anno di apertura della carrozzabile.

Perché si chiama così?

Questo è il secondo approfondimento del progetto di DolomitiBelluno.it dedicato all’origine dei nomi dei passi delle Dolomiti. Il primo raccontava il Passo Staulanza e i suoi stavoli. Nella pagina madre trovate tutti gli altri valichi, ciascuno con l’indicazione di quanto la spiegazione sia realmente documentata.

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