Quando un evento mondiale lascia sospesa nel limbo un’intera città
Parlare di cultura, a Belluno, non è semplice. È una città che amo profondamente, non per dichiarazioni di principio, ma per fatti: eventi sportivi organizzati nel tempo, iniziative che hanno portato persone in strada, e persino esperienze più lontane, come quelle lontane edizione di “Natale a Mel” con le quali (anche con l’aiuto di tutti i piccoli negozi del paese) riuscii a trasformare un piccolo centro in un luogo vivo, animato da pittori che lavoravano dal vivo, sotto gli occhi di decine di persone attratte non da un manifesto, ma dall’esperienza reale dell’arte che accadeva.
Proprio per questo sento il dovere di affrontare, con rispetto ma anche con realismo, il tema della mostra “Città sospese” e delle dichiarazioni che la accompagnano.
Sul sito ufficiale si parla di “un progetto di rigenerazione che usa l’arte contemporanea e il mecenatismo aziendale per connettere artisti, imprese e cittadinanza, trasformando spazi inattivi in luoghi di cultura e socialità”.
È una definizione ambiziosa, che merita però di essere messa alla prova dei fatti.
La domanda, semplice ma inevitabile, è questa:
in che modo tredici vetrine abbandonate, wrappate e chiuse, riescono davvero a connettere gli artisti alla cittadinanza?
Passeggiando per il centro, ciò che si osserva non sono capannelli di persone e appassionati che si fermano, discutono, si confrontano davanti alle opere. Si vede, piuttosto, il normale flusso di passanti che attraversa le strade come sempre, con le vetrine chiuse che restano tali, solo rivestite. Non luoghi di socialità, ma superfici mute. Non spazi riattivati, ma contenitori che rimangono inaccessibili.
Questo non significa negare l’impegno di chi ha lavorato al progetto, né il valore degli artisti coinvolti, né la buona volontà degli sponsor. Ma l’impegno non può essere l’unico parametro di giudizio, soprattutto quando si parla di rigenerazione urbana e di utilità per la comunità.
Rigenerare significa attivare, non solo rivestire.
Significa creare occasioni di incontro, di sosta, di dialogo.
Significa portare persone, non solo immagini.
Negli ultimi anni Belluno ha dimostrato che, quando si vogliono attrarre visitatori, esistono formule che funzionano. La mostra su Andy Warhol, piaccia o non piaccia sul piano artistico, ha portato migliaia di persone in città. Persone che hanno camminato per il centro, mangiato nei ristoranti, frequentato bar e negozi. Numeri concreti, sicuramente non eccezionali, ma misurabili e che hanno avuto un impatto reale.
Allo stesso modo, esperienze più piccole ma autentiche – come gli artisti che dipingevano dal vivo nelle stradine di Mel o l’Ex Tempore di scultura a San. Martino – dimostrano che la gente si ferma quando l’arte è esperienza, relazione, presenza fisica, non solo esposizione passiva.
Il punto, quindi, non è contrapporre cultura “alta” e cultura “popolare”, né mettere in discussione la legittimità di progetti sperimentali. Il punto è un altro, ed è profondamente politico nel senso più nobile del termine:
se un’iniziativa viene presentata come strumento di rigenerazione urbana e di connessione con la cittadinanza, allora deve produrre effetti visibili sulla vita della città.
Questo ragionamento vale ancora di più quando si parla di risorse pubbliche e sponsorizzazioni statali.
In questi anni in Italia abbiamo assistito ai milioni di euro distribuiti “a pioggia” in nome della cultura, spesso senza una reale misurazione dell’impatto. Il caso di Agrigento, Capitale Italiana della Cultura 2025, è emblematico: grandi annunci, grandi aspettative, ma risultati che – secondo molte analisi – non hanno generato quella rigenerazione strutturale promessa. Sicuramente per colpa dell’inerzia (o inezia?) degli amministratori locali.
Ed è legittimo chiedersi perché città come Belluno, troppo spesso dimenticate dai nostri governanti a Roma e Venezia, non possano diventare destinatarie di investimenti seri, pensati per territori fragili ma strategici, capaci di trasformare davvero la qualità della vita urbana e l’attrattività turistica.
Un’Italia che funziona fa una scelta diversa.
Un’Italia che funziona:
usa i grandi eventi come leva, non come fine;
misura i risultati mentre agisce, non solo a posteriori;
costruisce opere e iniziative pensate per i cittadini, non per la cerimonia di apertura;
rispetta il territorio, invece di piegarlo all’urgenza mediatica.
Agrigento ci dice cosa succede quando questo non accade.
E oggi Milano–Cortina poteva rappresentare l’ultima, enorme occasione per dimostrare che abbiamo imparato qualcosa. O almeno che avremmo potuto farlo.
Alla luce dei mancati eventi olimpici in città, è difficile non pensare che anche questo treno sia passato senza fermarsi. Zero eventi significano zero occasioni collegate, zero flussi indotti, zero eredità culturale. Un’opportunità che rischia di restare solo geografica, non strategica.
Belluno ha bisogno di persone che arrivano, che restano, che vivono il centro storico. Ne hanno bisogno i negozianti, i bar, i ristoratori, ma soprattutto ne ha bisogno la città come organismo vivo. Per far venire gente a Belluno serve ben altro: serve pensare gli eventi partendo dal pubblico, dall’esperienza, dall’impatto reale, e non solo dalla coerenza concettuale di un progetto.
Vale,a questo punto, ricordare un esempio su tutti: l’ex chiesa dei Gesuiti di Belluno — restituita alla città con una cerimonia il 30 aprile 2022 dopo un restauro che ha comportato un investimento di circa 2,2 milioni di euro per rigenerazione urbana, che da allora è rimasta in gran parte inattiva, senza un utilizzo continuativo che giustifichi l’onere sostenuto dalla comunità.
Queste riflessioni non nascono da disamore o da critica sterile. Nascono dall’esatto opposto: da chi Belluno la vive, la conosce e l’ha già vista funzionare quando si è scelto di mettere la città – e non il progetto in sé – al centro delle scelte.
Se vogliamo davvero rigenerare, dobbiamo avere il coraggio di chiederci non solo cosa stiamo facendo, ma soprattutto per chi e con quali risultati. Perché le occasioni, grandi o piccole, non tornano infinite volte.
E Belluno non può più permettersi di restare sospesa nel limbo.
Michele Sacchet
Proud sponsor of Gli Angoli di Belluno


