La leggendaria Gusela del Vescovà, l’ago di pietra che veglia su Belluno

La leggendaria Gusela del Vescovà, l’ago di pietra che veglia su Belluno

Alpinisti, streghe, cacciatori dannati e perfino l’Arca di Noè: storia e leggende della guglia più misteriosa delle Dolomiti Bellunesi.

Da Belluno la si vede lassù, sottile e immobile, appoggiata contro il cielo.

Quando il tramonto incendia la Schiara, la Gusela del Vescovà rimane per qualche istante accesa come una candela. Poi la luce scompare, le pareti tornano grigie e la guglia sembra trasformarsi nella sentinella di un mondo al quale gli uomini non sono ammessi.

È una roccia, certamente. Ma chi vive ai suoi piedi sa che non è soltanto una roccia.

La Gusela osserva Belluno da secoli. Ha visto passare eserciti e pellegrini, boscaioli, cacciatori e contrabbandieri. Ha conosciuto uomini che la contemplavano con timore e altri che decisero di sfidarla. Ha raccolto attorno a sé storie tanto improbabili da sembrare vere e fatti realmente accaduti che, a distanza di tempo, assomigliano sempre più a leggende.

La Gusela del Vescovà, guglia di roccia sulla cresta della Schiara, simbolo della montagna bellunese
La Gusela del Vescovà vista da sud: una quarantina di metri di roccia sul bordo della parete meridionale della Schiara. Foto: 88bl, Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Il giorno in cui tre uomini raggiunsero la cima

La data entrata nella storia dell’alpinismo è il 14 settembre 1913; alcune fonti indicano il 16.

Quel giorno il milanese Arturo Andreoletti, la guida fassana Francesco Jori e l’alpino Giuseppe Pasquali riuscirono a salire sulla sommità della Gusela.

Vista dalla città, la guglia sembra quasi irraggiungibile: un ago di pietra conficcato sul bordo dell’immensa parete meridionale della Schiara. Anche il nome lo ricorda: nel parlare bellunese, infatti, gusela significa proprio ago.

La salita vera e propria misura poche decine di metri. Ma per arrivare alla base della guglia occorrono un avvicinamento lungo e faticoso, passo sicuro ed esperienza alpinistica. Attorno non vi è nulla di rassicurante: soltanto roccia, cielo e un vuoto capace di inghiottire ogni rumore.

Possiamo immaginare i tre uomini sulla vetta, in quel lontano settembre del 1913. Sotto di loro Belluno doveva apparire minuscola. Le case, i campanili e le strade sembravano appartenere a un mondo remoto. Forse nessuno disse nulla. In certi luoghi le parole risultano superflue, quasi inopportune.

La montagna, invece, sembrava averli attesi.

La prima donna sulla Gusela

Alcuni anni dopo fu una donna a rompere un’altra barriera.

Si chiamava Maria Breviglieri, figlia del fotografo bellunese Pompeo Breviglieri. Le testimonianze collocano la sua ascensione attorno alla metà degli anni Venti; alcune ricostruzioni indicano il 1928. Fu comunque la prima donna conosciuta a raggiungere la sommità della Gusela.

In un’epoca in cui l’alpinismo femminile era ancora guardato con sorpresa, e non di rado con aperta diffidenza, quella salita ebbe un significato che andava ben oltre la conquista di una vetta. Maria arrivò dove, secondo molti, una donna non avrebbe dovuto nemmeno tentare di salire.

E la Gusela, che non conosce le convenzioni degli uomini, la accolse allo stesso modo degli altri: con il vento, il silenzio e il precipizio.

Una fotografia del 1927 mostra invece il bellunese Genio Pol sulla cima. L’uomo è lassù, sospeso fra terra e cielo, mentre sotto di lui si apre un paesaggio smisurato. Non sembra aver conquistato la montagna. Sembra piuttosto che la montagna gli abbia concesso, per pochi minuti, di restare.

Prime luci dell’alba sul gruppo della Schiara, sopra Belluno
Le prime luci sulla Schiara, la montagna che i bellunesi vedono ogni giorno dalla città. Foto: Ciro Bassi, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.

Quando l’Arca di Noè approdò sulle Dolomiti

Molto prima degli alpinisti, attorno alla Gusela erano già salite le leggende.

Nella seconda metà dell’Ottocento alcune di queste vennero raccolte dalla studiosa veneziana Angela Nardo Cibele, attenta osservatrice delle tradizioni e dei racconti popolari.

Gli abitanti delle vallate sapevano che, in ere remotissime, il mare aveva ricoperto anche quelle montagne. Non possedevano le parole della geologia moderna, ma avevano visto conchiglie e tracce marine imprigionate nella pietra. E allora nacque una spiegazione molto più affascinante.

Si raccontava che, dopo il diluvio universale, Noè avesse legato la propria Arca alla Gusela del Vescovà, utilizzando la grande guglia come un gigantesco palo d’ormeggio.

Qualcuno arrivava persino a sostenere che proprio Noè fosse il capostipite dei bellunesi. La prova? Il patriarca, come molti uomini di queste vallate, amava il vino.

Non tutti, però, concordavano sul luogo dell’approdo. Secondo altre versioni, l’Arca si sarebbe fermata sulla Talvena oppure sul Monte Serva. Evidentemente anche le leggende, proprio come gli uomini, faticavano a mettersi d’accordo.

Ma la Gusela aveva dalla sua un particolare decisivo: vista da lontano, con le nebbie addensate nelle valli, poteva davvero sembrare l’ultimo punto di terra emerso sopra un oceano senza fine.

Il cespuglio di ortiche sulla cima

Un’altra storia assicurava che sulla sommità della Gusela crescesse un enorme buscàt, un cespuglio di ortiche grandi come alberi.

Nessuno spiegava come quelle piante potessero sopravvivere lassù, esposte al vento, al gelo e ai fulmini. Ma nelle leggende le cose non accadono perché sono possibili: accadono perché nascondono un significato.

Quelle ortiche erano considerate un simbolo di sterilità, una presenza ostile in cima a una montagna che sembrava respingere la vita. Forse era un avvertimento. Forse significava che certi luoghi non appartengono agli uomini e che chi insiste nel raggiungerli deve essere pronto a pagarne il prezzo.

Le streghe e i cacciatori condannati

Quando scendeva la notte, la cima della Gusela diventava ancora più pericolosa.

Si diceva che lassù si riunissero le streghe per celebrare i loro sabba. Arrivavano con il buio e cominciavano danze forsennate, accompagnate dal vento che urlava fra le pareti della Schiara.

Con loro danzavano le anime dei cacciatori condannati all’inferno. Erano uomini che avevano preferito inseguire la selvaggina anziché rispettare il precetto festivo. Per quella colpa erano stati costretti a vagare per sempre sulle montagne, trascinati dalle streghe in un ballo che non avrebbe mai avuto termine.

Forse, durante certe notti, qualcuno udì davvero rumori provenire dalla Schiara. Il vento, quando attraversa gole e canaloni, sa imitare molte voci. Può sembrare un lamento, un richiamo oppure una risata lontana.

Gli uomini nelle case si avvicinavano al fuoco. E nessuno usciva a controllare.

Quattro paia di buoi sulla punta di un ago

La leggenda più sorprendente riguarda le dimensioni della vetta.

Oggi sappiamo che lo spazio sulla sommità è limitato. Eppure alcuni raccontavano che fosse tanto ampio da consentire a un carro trainato da quattro paia di buoi di girare in tondo. Otto buoi, un carro e forse anche il conducente, tutti sulla punta della Gusela.

È un’immagine impossibile. Proprio per questo è difficile dimenticarla.

Gusela del Vescovà. La foto immortala il bellunese Genio Pol in vetta nel 1927 (Foto G. Burloni)
Gusela del Vescovà. La foto immortala il bellunese Genio Pol in vetta nel 1927 (Foto G. Burloni)

Le leggende popolari ingrandiscono e deformano le cose, ma raramente lo fanno senza motivo. Forse quello spazio smisurato non apparteneva alla montagna reale, bensì alla montagna immaginata da chi la osservava dal fondovalle.

Da lontano la Gusela sembra piccola. Nella fantasia dei bellunesi, invece, è sempre stata immensa.

La montagna che continua a guardarci

Sono trascorsi più di cent’anni dalla salita di Andreoletti, Jori e Pasquali. Gli alpinisti dispongono oggi di attrezzature migliori, relazioni dettagliate e previsioni meteorologiche. Le distanze sono misurate, le pareti fotografate e ogni passaggio può essere descritto.

Eppure qualcosa della Gusela continua a sfuggire. Forse perché non è soltanto una cima da raggiungere. È un segno inciso nel paesaggio, un punto nel quale la storia documentata incontra la memoria popolare e non sempre è possibile capire dove finisca l’una e cominci l’altra.

Nelle giornate limpide appare nitida sopra Belluno. Quando arrivano le nuvole, invece, scompare. Resta nascosta per ore, talvolta per giorni. Poi il vento apre improvvisamente un varco e l’ago di pietra ricompare nello stesso punto, immobile, come se non se ne fosse mai andato.

Forse non sono mai esistiti il cespuglio di ortiche, le danze delle streghe o il carro con gli otto buoi. Forse Noè non ha mai legato la sua Arca alla Gusela.

Ma provate a osservarla al tramonto, quando la Schiara diventa scura e nella valle si accendono le prime luci. Provate a guardarla a lungo.

A un certo punto potreste avere la sensazione che non siate più voi a osservare la montagna.

È la montagna che sta osservando voi.

Fonti: Angela Nardo Cibele, raccolte di tradizioni popolari bellunesi (seconda metà dell’Ottocento); Ezio Etrari, ricostruzione della prima salita per il Notiziario del CAI di Verona (gennaio 2014); testimonianze locali sulla prima salita femminile.

About the author
Al Mazaròl

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.