Rifugio 7° Alpini: come arrivare da Case Bortot e la storia del suo nome

Il Rifugio 7° Alpini è il balcone di Belluno. Sta a 1.502 metri, in una conca chiamata Pis Pilon, esattamente sotto la parete sud della Schiara: la montagna più alta del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Ci si arriva a piedi in circa tre ore da Case Bortot, risalendo la valle dell’Ardo. E porta quel nome per una ragione precisa, che ha a che fare con i caduti di un reggimento, con settecentotrentacinque viaggi di muli e con un articolo che Dino Buzzati scrisse sul Corriere della Sera nel settembre del 1951.

Questa guida mette insieme le due cose: le informazioni pratiche che servono per salirci davvero — partenza, sentiero, dislivello, tempi, difficoltà, periodo — e la storia che rende questo rifugio diverso da tutti gli altri delle Dolomiti.

L’escursione in breve

Da Case Bortot al Rifugio 7° Alpini

PartenzaCase Bortot, Bolzano Bellunese (Belluno) – 694 m
ArrivoRifugio 7° Alpini, località Pis Pilon
Quota d’arrivo1.502 m s.l.m.
Dislivellocirca 800–900 m in salita
Tempo di salita2 h 30 – 3 h
DifficoltàE – escursionistica
SentieroCAI 501, valle dell’Ardo
Periodo consigliatoda giugno a settembre (rifugio aperto nel 2026 dal 30 maggio al 27 settembre)

Dove si trova il Rifugio 7° Alpini

Il rifugio sorge a 1.502 metri di quota, in località Pis Pilon, nel territorio del Comune di Belluno. Siamo nel cuore del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, all’interno del Sistema 3 delle Dolomiti Patrimonio Mondiale UNESCO, ai piedi della parete sud del Gruppo della Schiara.

È una posizione che spiega molto del carattere del posto. Da Belluno la Schiara si vede ogni giorno: è la montagna di casa, quella che chiude la Valbelluna a nord. Il rifugio sta esattamente sotto di lei, in un catino erboso protetto dalle valanghe invernali — una collocazione che non fu scelta a caso, come vedremo più avanti.

Se volete inquadrare questo scenario in un contesto più ampio, abbiamo raccontato altrove la storia geologica e umana delle Dolomiti Bellunesi.

Il rifugio è di proprietà della Sezione di Belluno del Club Alpino Italiano. Nella stagione 2026 la gestione è affidata a Chiara Dall’Armi e Fabrizio Gaspari.

Il gruppo della Schiara con il monte Pelf e la Gusela del Vescovà visti da Col di Roanza
Da destra il monte Pelf, la Schiara e la Gusela del Vescovà, visti da Col di Roanza. Foto: Fistarol Ivan, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.

Come arrivare da Case Bortot: il sentiero CAI 501

La via normale, quella che percorre la grande maggioranza degli escursionisti, parte da Case Bortot, una manciata di case a monte di Bolzano Bellunese, frazione di Belluno.

In auto fino alla partenza

Da Belluno si segue la direzione Agordo e si sale a Bolzano Bellunese; da lì una strada stretta porta a Case Bortot, dove si trova il parcheggio all’imbocco della Val d’Ardo. È il punto di partenza ufficiale dell’itinerario, a circa 694 metri di quota, ed è anche l’arrivo dell’ultima tappa dell’Alta Via n.1.

Il percorso

Si imbocca il sentiero CAI 501, che risale la valle dell’Ardo dentro il bosco. Non è un sentiero monotono: il torrente si attraversa più volte, e il fondovalle è un catalogo di forme d’erosione, cascatelle e marmitte scavate dall’acqua nella roccia. È una delle salite più “d’acqua” delle Dolomiti Bellunesi, e questo la rende sopportabile anche nelle giornate calde.

Dopo circa due terzi del percorso, il sentiero abbandona il fondovalle e affronta il tratto che tutti chiamano «il Calvario»: una serie di tornanti ripidi e continui che portano fuori dal bosco. Il nome è eloquente ed è meritato — è qui che si consuma buona parte della fatica della giornata. Poi il terreno si apre, compare la conca del Pis Pilon, e il rifugio si materializza con la parete della Schiara alle spalle.

La variante del Bus del Buson

Poco sopra Case Bortot si stacca l’anello del Bus del Buson, un canyon fossile scavato dall’Ardo e poi abbandonato dal torrente. Costa circa 45 minuti in più ed è, per chi ha tempo, il modo migliore di cominciare: è uno degli angoli geologicamente più curiosi del Parco e si può percorrere anche come breve escursione a sé stante, senza salire al rifugio.

La valle dell'Ardo, percorsa dal sentiero CAI 501 che sale al Rifugio 7° Alpini
La valle dell’Ardo: il sentiero CAI 501 la risale attraversando più volte il torrente. Foto: 88bl, Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Percorso, tempo, dislivello e difficoltà

Dal parcheggio di Case Bortot al rifugio si contano due ore e mezza / tre ore di cammino. Sul dislivello le fonti ufficiali danno cifre leggermente diverse: il Parco Nazionale indica 800 metri, il rifugio stesso ne dichiara 900. La differenza si spiega con i continui saliscendi del fondovalle, che sommano metri oltre al semplice dislivello geometrico fra i 694 m della partenza e i 1.502 m dell’arrivo. In pratica: mettete in conto circa 900 metri di salita reale e non sbaglierete.

La difficoltà è E — escursionistica. Nessun tratto attrezzato, nessuna esposizione: serve però allenamento, perché la salita è lunga e il Calvario finale è severo. Scarponi con suola scolpita, acqua a sufficienza e attenzione dopo le piogge, quando gli attraversamenti del torrente e le rocce del fondovalle diventano scivolosi.

Le altre vie di accesso

Case Bortot non è l’unico modo di arrivarci, ma è di gran lunga il più semplice. Le alternative sono impegnative e vanno affrontate con esperienza:

  • Da est — sentiero CAI 505, da Faè (uscita dell’autostrada A27, zona Longarone) attraverso la foresta di Cajada: circa 700 metri di dislivello, 3–3 ore e 30, difficoltà EE.
  • Da ovest — sentiero CAI 502, da La Stanga di Sedico lungo la Val de Piero, una delle valli più selvagge del Parco: circa 1.400 metri di dislivello, 5 ore e 30 / 6 ore, difficoltà EEA.
  • Da nord — Alta Via n.1, in discesa dal Bivacco del Marmol lungo la ferrata Piero Rossi: circa 800 metri di dislivello in discesa, 3 ore, difficoltà EEA (obbligatori imbrago, casco e set da ferrata).

Schiara e Gusela del Vescovà: il paesaggio che si guarda dal rifugio

Il paesaggio

La Schiara e la Gusela del Vescovà

La Schiara raggiunge i 2.565 metri ed è la vetta più alta del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. È una montagna severa, molto verticale sul lato sud, e proprio per questo poco frequentata rispetto ai grandi nomi turistici delle Dolomiti: chi sale al 7° Alpini si trova davanti una parete che, dal rifugio, riempie il cielo.

Sulla cresta, staccata dal resto della montagna, si alza la Gusela del Vescovà. È una guglia di roccia alta appena una quarantina di metri, ma la sua purezza di linee e il vuoto che ha attorno l’hanno resa il simbolo per eccellenza della montagna bellunese. Il nome viene dal dialetto: gusèla è l’ago. Localmente è chiamata anche Pónta de Priéta, la pietra da affilare le falci.

I primi tentativi di salita, nel 1909, furono di ufficiali degli alpini e fallirono. La vetta fu raggiunta il 14 settembre 1913 dal tenente Arturo Andreoletti con Francesco Jori: issarono il tricolore, e da Belluno la città guardava. Anche Dino Buzzati, negli anni, volle salirla.

È questa combinazione — una parete enorme, un ago di roccia riconoscibile a chilometri di distanza, e una città che li guarda ogni giorno — a fare della Schiara e della Gusela l’immagine che i bellunesi usano per dire “casa”.

La Gusela del Vescovà, guglia di roccia sulla cresta della Schiara, simbolo della montagna bellunese
La Gusela del Vescovà: quaranta metri di roccia diventati il simbolo della montagna bellunese. Foto: 88bl, Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Alla Gusela del Vescovà e alla sua storia abbiamo dedicato un articolo a parte: La Gusèla del Vescovà.

Il Rifugio 7° Alpini e l’Alta Via n.1

L’Alta Via n.1 delle Dolomiti è il più classico dei trekking dolomitici: 125 chilometri in 12 tappe, dal Lago di Braies in Alto Adige fino a Belluno. Le ultime quattro tappe si svolgono dentro il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, da Passo Duran in avanti, attraverso i gruppi del Tamer, del Castello di Moschesin, del Pramper, della Talvena e infine della Schiara.

Il Rifugio 7° Alpini è l’ultimo rifugio dell’Alta Via n.1: chi arriva qui dall’alto ha alle spalle una settimana abbondante di cammino e davanti solo la discesa finale della Val d’Ardo verso Case Bortot e Belluno. Per questo il rifugio ha, per molti escursionisti internazionali, il valore di un traguardo.

Attenzione però: l’ingresso all’Alta Via 1 da nord verso il rifugio non è escursionismo semplice. La penultima tappa scende dal Bivacco del Marmol lungo la ferrata Piero Rossi ed è classificata EEA. Chi vuole solo “vedere il rifugio” salga da Case Bortot.

Il rifugio è anche tappa del lungo trekking Monaco–Venezia (in tedesco Traumpfad München–Venedig), dove compare fra la ventiduesima e la ventitreesima tappa, poco prima dell’arrivo in pianura.

Perché si chiama Rifugio 7° Alpini

Il nome non è decorativo. Il rifugio è dedicato ai caduti del 7° Reggimento Alpini, il reggimento storicamente legato a questa provincia.

Il 7° Reggimento Alpini fu costituito il 1° agosto 1887. Nel corso della sua storia ha inquadrato battaglioni che portano i nomi di questi luoghi — Feltre, Belluno, Pieve di Cadore, Cadore, Gemona — e ha attraversato la Libia, la Prima guerra mondiale, il fronte greco-albanese e il 1943. Fu sciolto il 12 settembre 1943 dopo l’armistizio e ricostituito nel 1953. Oggi il 7° Reggimento Alpini ha sede proprio a Belluno, nella caserma “Salsa D’Angelo”, e appartiene alla Brigata Alpina “Julia”.

Il legame fra reggimento e territorio, insomma, non è mai stato astratto: per generazioni di famiglie bellunesi il 7° è stato il reggimento dei figli, dei padri, dei fratelli. Intitolare a quei caduti il rifugio sotto la Schiara significava mettere un nome collettivo sulla montagna di casa.

C’è anche un risvolto molto concreto. Come raccontò Dino Buzzati nel 1951, si discuteva da trent’anni di costruire un rifugio alla Schiara senza mai riuscirci. Fu la decisione di dedicarlo ai caduti del 7° Alpini a sbloccare i finanziamenti e a far partire il cantiere. Senza quel nome, con ogni probabilità, il rifugio non esisterebbe.

La costruzione del rifugio: un cantiere a 1.500 metri

Il luogo fu individuato dall’alpinista bellunese Chino Viel nei pressi della vecchia Casera del Pis Pilón: abbastanza vicino alle pareti da servire agli alpinisti, ma al riparo dalle valanghe invernali. È una scelta che, a settant’anni di distanza, si è rivelata giusta.

I lavori furono affidati all’impresa di Teobaldo e Giuseppe Bortoluzzi, per un costo di 3.800.000 lire. La costruzione dell’edificio si concluse alla fine di agosto del 1950; le finiture e gli impianti interni — curati dall’impresa dell’alpinista Attilio Tissi — occuparono i mesi successivi. L’inaugurazione avvenne nel settembre del 1951.

Negli anni il rifugio è cresciuto: nel 1952 gli fu affiancata una cappella, e nel 1969 venne aperto un bivacco in pietra per chi arriva fuori stagione. Oggi la struttura dispone di una cinquantina di posti letto in camerate da quattro a nove persone, con docce calde e cucina basata su prodotti del territorio.

L’impresa

Un rifugio costruito con l’aiuto dei muli

735
viaggi con i muli
Viaggi con i muli735
Ore di lavoro umano1.440
Trasporti a spalla120
Costo dell’opera3.800.000 lire
Fine costruzioneagosto 1950 – inaugurazione settembre 1951

All’impresa parteciparono anche i militari: gli artiglieri della 23ª Batteria del Gruppo Belluno e gli alpini dell’8° Reggimento di Tolmezzo, che misero a disposizione uomini e salmerie. Nel 1950 non esistevano elicotteri per i rifugi: tutto ciò che oggi si vede quassù — muri, tetto, brande, stufe — è salito sul basto di un mulo o sulle spalle di qualcuno.

Monumento agli artiglieri di Torino: un alpino conduce un mulo che porta una bocca da fuoco someggiata
Un alpino conduce un mulo carico di una bocca da fuoco someggiata: particolare del monumento agli artiglieri di Torino. Il mulo è stato per decenni il vero mezzo di trasporto delle truppe alpine. Foto: Renardo la vulpo, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0. Immagine di repertorio: il monumento si trova a Torino, non in provincia di Belluno.

I muli e la montagna: cosa significava costruire quassù

Vale la pena fermarsi un momento su quei numeri, perché dicono qualcosa che oggi facciamo fatica a immaginare.

Nel 1950 non esisteva nulla di quello che oggi diamo per scontato in montagna: niente elicotteri per l’approvvigionamento dei rifugi, niente teleferiche moderne, niente strade di servizio fino a quota. Per portare a 1.502 metri cemento, calce, legname, infissi, lamiere, brande e stufe c’era una sola tecnologia disponibile — il mulo — e una sola alternativa quando il mulo non passava: la schiena di un uomo.

Il mulo è stato per decenni il vero mezzo di trasporto delle truppe alpine. Robusto, paziente, capace di caricare oltre un quintale su sentieri dove nessun veicolo arriva, sicuro di zoccolo su terreno instabile. Ogni salita al 7° Alpini durava ore, e ogni carico era limitato: da qui i 735 viaggi. Non un numero simbolico — un conteggio reale, tenuto viaggio dopo viaggio.

E dove il sentiero era troppo stretto o troppo ripido perché un animale carico potesse passare, restavano le spalle: 120 trasporti a spalla, cioè 120 volte in cui qualcuno si è caricato addosso un peso e ha salito la Val d’Ardo a piedi.

Quando si arriva al rifugio dopo tre ore di cammino, con lo zaino di giornata, conviene tenere a mente questa proporzione. La stessa salita, 735 volte, con un quintale sul basto.

Il Gruppo Alpini “Gen. Pietro Zaglio” di Salce ha ricostruito questa vicenda nel dettaglio, dai verbali di cantiere ai nomi di chi salì con le salmerie: la straordinaria storia del rifugio costruito da uomini e muli.

Dino Buzzati e il Rifugio 7° Alpini

Dino Buzzati (1906–1972) era di Belluno — nato a San Pellegrino, alle porte della città — e la Schiara fu la montagna della sua formazione: la guardava da ragazzo, la scalò, la fece entrare nei suoi scritti e nei suoi disegni. Le sue montagne letterarie, comprese quelle immaginarie che circondano la Fortezza Bastiani nel Deserto dei Tartari, hanno molto delle pareti bellunesi.

Nel settembre del 1951 Buzzati seguì l’inaugurazione del rifugio come inviato speciale del Corriere della Sera. L’articolo uscì il 25 settembre 1951 con un titolo che è rimasto: «Non parlava inutilmente il vecchio generale degli alpini».

È da quel pezzo che arriva la testimonianza più citata sulla nascita del rifugio: trent’anni di discussioni inconcludenti, e poi la svolta quando si decise di intitolarlo ai caduti del 7° Alpini. Buzzati, che conosceva bene sia la montagna sia la retorica che a volte l’accompagna, raccontò l’episodio con l’attenzione di chi sa distinguere le parole vuote da quelle che producono qualcosa.

Salire oggi al 7° Alpini significa anche questo: camminare dentro un paesaggio che uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento considerava casa propria.

Chi sono gli Alpini? E cos’è l’ANA?

Sono due cose diverse, e conviene tenerle distinte.

Gli Alpini

Gli Alpini sono la specialità di fanteria da montagna dell’Esercito Italiano, istituita il 15 ottobre 1872: il più antico corpo di truppe da montagna del mondo. Nascono per difendere l’arco alpino con soldati reclutati nelle valli stesse, che conoscevano già il terreno. Il loro simbolo più riconoscibile è il cappello di feltro con la penna — nera per la truppa e i sottufficiali, bianca per gli ufficiali superiori — da cui il soprannome penne nere. Il 7° Reggimento Alpini, quello a cui è dedicato questo rifugio, esiste dal 1887 e oggi ha sede a Belluno.

L’ANA

ANA significa Associazione Nazionale Alpini. È un’associazione civile di ex militari, non un reparto dell’Esercito: fondata a Milano l’8 luglio 1919, riunisce chi ha prestato servizio nelle truppe alpine. Conta oltre 200.000 soci, organizzati in 80 sezioni in Italia e circa 4.400 Gruppi locali, più le sezioni all’estero.

L’ANA si occupa di memoria storica, solidarietà, volontariato e Protezione Civile: dal 1987 ha una struttura di protezione civile con circa 13.000 volontari e un ospedale da campo, intervenuta in numerose emergenze italiane e internazionali. Ogni anno, la seconda domenica di maggio, si tiene l’Adunata Nazionale, la più grande manifestazione associativa italiana.

In provincia di Belluno i Gruppi Alpini sono presenti in quasi ogni paese e frazione: gestiscono sedi, organizzano feste, manutengono sentieri e capitelli, intervengono dopo le alluvioni. Sono, molto concretamente, una delle infrastrutture sociali del territorio. È anche per questo che un rifugio dedicato agli Alpini, qui, non è un semplice omaggio militare. Di questo mondo abbiamo raccontato anche una storia individuale: quella di Beppino Lorenzet, lo scultore alpino.

Cappello alpino di feltro con la penna nera, simbolo degli Alpini dell’Esercito Italiano
Il cappello di feltro con la penna: il simbolo più riconoscibile degli Alpini. Foto: Webmaster2rgt, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0.

Quando andare e consigli pratici

Il rifugio è aperto nella stagione estiva: nel 2026 dal 30 maggio al 27 settembre. Il periodo migliore per l’escursione va da giugno a settembre; a inizio stagione possono restare tratti innevati nella parte alta, mentre settembre offre in genere le giornate più limpide e i colori migliori sul bosco della Val d’Ardo.

  • Prenotate sempre se intendete dormire, soprattutto nei fine settimana di luglio e agosto e nei periodi di massimo transito sull’Alta Via 1. Telefono: 0437 941631 (stagionale), 340 0016896 / 347 8801913; e-mail infosettimoalpini@gmail.com.
  • Acqua: il fondovalle dell’Ardo è ricco d’acqua, ma non contate su fonti sicure lungo il Calvario. Partite con almeno un litro e mezzo a testa.
  • Dopo la pioggia gli attraversamenti del torrente e le rocce lisce del fondovalle diventano scivolosi: valutate il rinvio in caso di forti temporali nelle ore precedenti.
  • Con i bambini: l’itinerario completo è lungo per gambe corte. In alternativa, l’anello del Bus del Buson da Case Bortot è una gita breve, ombrosa e spettacolare.
  • Da abbinare: se state costruendo un itinerario di più giorni, trovate altre idee fra le dieci esperienze estive nelle Dolomiti e fra i laghi delle Dolomiti Bellunesi.
  • Siamo in un Parco Nazionale: non si raccolgono fiori né minerali, non si esce dai sentieri, i cani vanno tenuti al guinzaglio e i rifiuti si riportano a valle.
  • Ferrate: la Zacchi, la Berti e la Piero Rossi partono da qui ma sono itinerari EEA, con passaggi esposti e un giro classico da 10–11 ore. Servono attrezzatura completa, preparazione tecnica e allenamento. Il rifugio offre servizio di guida alpina e noleggio dell’attrezzatura.
Escursionista in discesa dalla Schiara verso sud lungo la via ferrata del Marmol (Piero Rossi)
La discesa dalla Schiara verso sud lungo la ferrata del Marmol, oggi ferrata Piero Rossi: itinerario EEA. Foto: BjoeMu, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.

Perché questo luogo racconta Belluno

Ci sono rifugi più famosi, più fotografati, più facili da raggiungere. Pochi però raccontano una città come il 7° Alpini racconta Belluno.

C’è la montagna che i bellunesi vedono dalla finestra. C’è la guglia che è diventata il simbolo civico. C’è il nome di un reggimento che ha portato via generazioni di ragazzi e li ha restituiti — non tutti. Ci sono i muli, cioè il modo in cui questa valle ha costruito le proprie cose quando non c’era altro. C’è lo scrittore che da qui ha ricavato un’idea di montagna e di attesa che ha poi girato il mondo. E c’è il fatto, molto poco retorico, che a tenerlo in piedi sia ancora oggi una sezione del CAI fatta di volontari.

C’è infine una qualità che oggi vale molto: qui non c’è la folla. Il 7° Alpini è uno di quei posti che permettono ancora di vivere le Dolomiti senza overtourism, e merita un posto accanto agli altri luoghi delle Dolomiti Bellunesi da vedere almeno una volta.

Non è un rifugio-cartolina. È un rifugio che spiega un territorio. Ed è, forse, il motivo migliore per mettersi in cammino da Case Bortot una mattina d’estate.

Prime luci dell’alba sul gruppo della Schiara, sopra Belluno
Le prime luci sulla Schiara: la montagna che i bellunesi vedono ogni giorno dalla città. Foto: Ciro Bassi, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.

Domande frequenti sul Rifugio 7° Alpini

Dove si trova il Rifugio 7° Alpini?

Si trova a 1.502 metri di quota in località Pis Pilon, nel Comune di Belluno, ai piedi della parete sud della Schiara, all’interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.

Come si raggiunge il Rifugio 7° Alpini?

La via normale parte da Case Bortot, sopra Bolzano Bellunese (frazione di Belluno), e segue il sentiero CAI 501 lungo la valle dell’Ardo. Esistono anche accessi dal sentiero 505 (da Faè/Longarone, attraverso Cajada) e dal 502 (da La Stanga, per la Val de Piero), entrambi più impegnativi.

Quanto tempo ci vuole da Case Bortot?

Da due ore e mezza a tre ore di cammino in salita per un escursionista allenato, più il tempo delle soste. Per la discesa si calcolano in genere due ore / due ore e mezza.

Qual è il dislivello?

Circa 800 metri secondo il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, circa 900 secondo il rifugio. La partenza è a 694 metri, l’arrivo a 1.502: i saliscendi del fondovalle spiegano la differenza.

È un’escursione difficile?

La difficoltà è E (escursionistica): non ci sono tratti attrezzati né passaggi esposti, ma la salita è lunga e il tratto finale detto «il Calvario» è ripido. Serve un buon allenamento e calzature adeguate.

Perché si chiama Rifugio 7° Alpini?

Perché è dedicato ai caduti del 7° Reggimento Alpini, costituito nel 1887 e oggi di stanza proprio a Belluno. Fu la decisione di intitolarlo a quei caduti a sbloccare, nel dopoguerra, i finanziamenti necessari a costruirlo.

Quando è aperto il rifugio?

Nella stagione estiva: nel 2026 dal 30 maggio al 27 settembre. Fuori stagione resta disponibile il bivacco in pietra aperto nel 1969.

Il Rifugio 7° Alpini fa parte dell’Alta Via 1?

Sì: è l’ultimo rifugio dell’Alta Via n.1 delle Dolomiti, il trekking di 125 chilometri e 12 tappe che collega il Lago di Braies a Belluno. È anche tappa del trekking Monaco–Venezia.

Si può salire con i bambini?

L’itinerario completo richiede resistenza e non è adatto a bambini molto piccoli. Una buona alternativa da Case Bortot è l’anello del Bus del Buson, breve, ombreggiato e molto scenografico.

Immagine di copertina: il Rifugio 7° Alpini davanti alla parete sud della Schiara — foto BjoeMu, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0. Tutte le fotografie di questo articolo provengono da Wikimedia Commons e sono utilizzate nel rispetto delle rispettive licenze, indicate nelle didascalie.

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