Ovvero il lungo declino del riformismo civile di montagna
Un secolo fa la borghesia liberale italiana fondava la Pro Montibus, inventava i parchi nazionali e riformava il Corpo Forestale. Oggi si ricorre al tribunale — e si abbracciano gli alberi — per bloccare il taglio di cento tigli a Belluno. Qualcosa, nel frattempo, si è smarrito.
La Federazione Nazionale Italiana Pro Montibus era esattamente questo: un sodalizio nato a Torino nel 1898 su impulso del Club Alpino Italiano, con l’obiettivo di rimboschire le montagne italiane, migliorare i pascoli alpini, proteggere la flora. Nulla di rivoluzionario, in apparenza. Ma la lista dei suoi consiglieri — il principe Scipione Borghese, il ministro Luigi Rava, il professor Emanuele Paternò — la dice lunga su quanto quella cultura civile fosse capace di mescolare eleganza e concretezza. Nel 1904 la sede si trasferì a Roma. A un passo da Montecitorio, si potrebbe dire: abbastanza vicino da essere ascoltata.
Il riformismo che costruiva
I risultati parlano da soli. Nel 1909 la sezione emiliana organizzò a Bologna un convegno forestale che gettò le basi per la riorganizzazione del Corpo Forestale dello Stato, cristallizzata l’anno dopo nella legge Luzzatti. Nel 1916, dentro la stessa associazione, nacque la Commissione per i parchi nazionali che avrebbe portato, nel gennaio del 1923, al decreto istitutivo del Parco Nazionale d’Abruzzo — il primo d’Italia — dopo anni di lavoro silenzioso per proteggere il camoscio e l’orso marsicano dall’estinzione. Era gente che aveva a cuore gli alberi. Ma non li abbracciava: ci costruiva attorno delle istituzioni.
«Di favorire il rimboschimento e curare l’osservanza delle leggi sul regime dei boschi. Di patrocinare l’istituzione di giardini ed arboreti alpini, di esercitare speciale protezione sulle piante e sulla flora di montagna.»
Art. 1, Statuto Pro Montibus, 1898
La Pro Montibus fu poi assorbita dalla Milizia Forestale fascista nel 1927 — destino tipico di chi aveva avuto la sfortuna di essere utile sotto un regime che preferiva incorporare piuttosto che ringraziare. Ma il lavoro era fatto. Le foreste avevano una legge. I parchi avevano un decreto. Le idee avevano preso forma di Stato.
Belluno, i tigli e il TAR
Saltiamo un secolo. Siamo a Belluno, maggio 2026. Il Comune ha in programma la riqualificazione di via Feltre: tre virgola sette milioni di euro, marciapiedi nuovi, passaggi pedonali rialzati, una via che — parole del sindaco Oscar De Pellegrin — è «ferma al 1965». Un intervento atteso da anni, finanziato in parte da un privato cittadino, progettato con perizie tecniche che riempiono cartelle. Tutto regolare, tutto trasparente.
Se ne sono accorti anche i tigli. O meglio: se ne sono accorti i ricorrenti al TAR. Il 30 aprile Italia Nostra e Onda Veneto ottengono dal Tribunale Amministrativo Regionale la sospensiva d’urgenza: stop al taglio dei 79 tigli ancora in piedi, dopo che il Comune ne aveva già rimossi 69 dei 147 previsti dal progetto. Il decreto del TAR parla di «elementi paesaggistici di primaria importanza». Non fa una piega, come argomentazione giuridica. Il problema è un altro.
Il 26 maggio il TAR ha respinto il ricorso nel merito, riconoscendo la correttezza del percorso amministrativo del Comune e la solidità delle valutazioni tecniche. I cantieri possono riprendere. Ma il dibattito che ha preceduto questa decisione merita qualche riflessione.
Il paradosso dell’erede
Italia Nostra è, per definizione, l’erede spirituale di quella stagione di associazionismo civile nobile. Nata nel 1955, con un pedigree che conta Umberto Zanotti Bianco e Giorgio Bassani tra i fondatori, ha una storia seria. Nessuno può negarlo. E nessuno vuole negare — sia chiaro — che la tutela del verde urbano sia una causa legittima, che i tigli settantenni abbiano un valore, che il dialogo preventivo tra amministrazioni e associazioni sia una pratica sana.
Il punto è un altro, ed è di metodo, non di merito. Quando la Pro Montibus voleva proteggere le foreste alpine, costruiva il Corpo Forestale. Quando voleva preservare la fauna dell’Abruzzo, istituiva un parco nazionale. Agiva nel senso della struttura, della norma condivisa, del progetto collettivo. Il TAR, invece, è per sua natura uno strumento di veto: blocca, sospende, impugna. È lo strumento giusto quando c’è un sopruso. È uno strumento discutibile quando diventa il primo riflesso davanti a qualsiasi decisione che non piace.
Il sindaco De Pellegrin, a nostro parere, ha avuto torto su un solo punto: non aver cercato — o trovato — un confronto preventivo che avrebbe forse evitato un mese di cantiere paralizzato. Ma da questo a trasformare cento tigli di una via urbana nella Foresta di Bialowieza il salto è lungo. E un po’ comico, se lo si guarda con occhi asciutti.
Una questione di forma mentis
C’è qualcosa di malinconico (e profondamente triste), nel confronto tra quei signori di Montecitorio con i loro statuti e questa stagione in cui il massimo dell’attivismo civile sembra consistere nell’impugnare un atto amministrativo — o, nelle versioni più pittoresche del fenomeno, nel legarsi fisicamente a un tronco di tiglio davanti ai tecnici del Comune, con la solennità di chi si immagina a Standing Rock e si trova invece nel tratto urbano di una strada provinciale veneta.
I componenti dei comitati anti-abbattimento che hanno animato le settimane di via Feltre a Belluno appartengono a questa seconda scuola: patetici non per la causa, che è discutibile ma non ignobile, bensì per il metodo — l’abbraccio all’albero come gesto politico, il selfie al cantiere come atto di resistenza civile.
🏛️ IL METODO CHE MANCA
La Pro Montibus non avrebbe ricorso al TAR. Non si sarebbe legata agli alberi. Avrebbe convocato un convegno, scritto una memoria tecnica, proposto una variante progettuale, trovato un parlamentare disposto a fare una domanda in commissione. Avrebbe trattato con il Comune, non contro il Comune. Avrebbe portato il proprio sapere come contributo, non come arma — e tantomeno come catena.
Via Feltre avrà i suoi marciapiedi. I tigli verranno reimpiantati — così dice il progetto. Il cantiere riprende. Ma la prossima volta che qualcuno storcerà il naso per un’opera pubblica in questa provincia, varrebbe la pena chiedersi: stiamo costruendo qualcosa, o stiamo solo frenando qualcosa?
Quei borghesi liberali di cent’anni fa, con i loro statuti in carta intestata e le loro commissioni parlamentari, avevano capito la differenza. E non avevano mai abbracciato un tiglio — se non per contarne gli anelli e ricordare quanto tempo ci vuole a costruire qualcosa che vale.
Al Mazaròl
L’articolo si riferisce alla vicenda dei lavori di riqualificazione di via Feltre a Belluno (2026) e alla storia della Federazione Nazionale Italiana Pro Montibus (1898–1927). Il TAR del Veneto ha respinto l’istanza cautelare il 26 maggio 2026, confermando la regolarità del progetto comunale.


la questione dei tigli è solo un aspetto della vicenda. il progetto è stato volutamente tenuto nascosto e presentato solo quando non poteva essere in alcun modo modificato da osservazioni che in tutte le opere pubbliche con procedure normali sono possibili nei tempi previsti. è stato scelto i progettista dal Comune per un opera cosi importante in modo certamnete lecito ma discutibile , tra l’altro lo stesso della ben più importante marisiga cucciolo già finanziata dallo stesso attuale privato e osteggiata e poi accantonata dall’allora opposizione ora maggioranza, per poi una volta ottenuti i soldi dal privato farlo diventare esecutore di un’opera in convenzione e quindi a totale responsabilità del privato proponente. sono stati informati i commercianti a giochi fatti in un’assemblea a loro riservata e noi cittadini che abitiamo nelle zone interessate dai lavori non siamo stati minimamente contattati, ma da sudditti subiremo le conseguenze di un progetto che è un compromesso di scelte poco coraggiose e legittimamente molto politiche: ripianteranno qualche alberello stitico ma la storia di via Feltre sarà cancellata come tanti suoi abitanti che ora riposano a Prade e che quella via Feltre l’anno ideata e voluta e quando usciremo di casa per andare al lavoro o solo per passeggiare sentiremo la calura del sole salire dall’asfalto zenza un minimo di refrigerio. infine l’idea che per realizzare un’opera pubblica serva un benefattore mi fa ribrezzo quando bastava un serio e lungimirante programma di manutenzione che dove è stato fatto ( maciapiede ulss per esempio) è ancora visibile dopo parecchia anni.il rifacimenti dei sottoservizi inoltre sono tutte opere di manutenzione che con tutte le tariffe che paghiamo vanno eseguite con una seria e attenta programmazione, perchè i cittadini delle vie accanto a Via Feltre hanno meno diritti di avere impianti e infrastrutture viarie efficienti?
Gentile Ing. Caenazzo,
la ringrazio per il commento, ma mi conceda una precisazione: l’articolo non parlava del progettista, né della convenzione, né dell’assemblea riservata ai commercianti. Parlava d’altro — di metodo. Della differenza, vecchia di un secolo, tra chi un albero lo pianta e chi lo abbraccia; tra chi costruisce e chi frena.
Nelle sue righe ci sono due o tre domande legittime — il confronto preventivo mancato, per esempio, che l’articolo stesso indica come l’unico vero torto del sindaco. Tutto il resto, però, è esattamente il quadro che descrivevo: il progetto «tenuto nascosto», i cittadini ridotti a «sudditi», il «ribrezzo» per un privato che mette mano al portafoglio per la propria città. Non ha confutato la tesi: l’ha illustrata.
Lei evoca chi via Feltre «l’ha ideata e voluta» e oggi riposa a Prade. Le assicuro che quei bellunesi si riconoscerebbero assai più in una strada finalmente rifatta che in un ricorso al TAR. Erano gente che costruiva, non che si legava ai tronchi.
Il suo commento, insomma, si paga da solo: è la migliore nota a piè di pagina che l’articolo potesse sperare.
Cordialmente,
Al Mazaròl