La provincia che vorremmo (magari autonoma)

Dopo il voto provinciale: una classe dirigente che non riesce a governare se stessa, mentre sul tavolo ci sono partite da cinquanta milioni di euro l’anno

Belluno confina a nord con l’Alto Adige, a nord-ovest con il Trentino, a est con il Friuli. Tre realtà autonome, con bilanci propri, risorse proprie, modelli di sviluppo costruiti su misura. Belluno, nel mezzo, non lo è. E le elezioni provinciali appena concluse dicono che, almeno per ora, la politica locale non è pronta a colmare questa distanza.

Quello che è accaduto nelle recenti elezioni provinciali di Belluno non è solo un passaggio politico confuso. È il segnale evidente di una cattiva politica che rischia di far pagare al territorio il prezzo più alto. L’esclusione di Fratelli d’Italia dal Consiglio provinciale, dentro un quadro già frammentato e privo di una maggioranza chiara, non può essere liquidata come un semplice incidente elettorale.

È il risultato di accordi fragili, calcoli interni, personalismi ed errori di valutazione: una gestione dei rapporti tra partiti che finisce per indebolire l’ente Provincia proprio nel momento in cui Belluno avrebbe più bisogno di stabilità, competenza e capacità di governo. Perché sul tavolo non ci sono questioni ordinarie.

Ci sono due questioni che, se gestite bene, potrebbero cambiare il volto del territorio per una generazione. Se gestite male — o lasciati alla deriva di una politica che si occupa di se stessa — saranno un’occasione persa per sempre.

Per capire la posta in gioco, vale la pena fare un passo indietro. E guardare la cartina.


Il contesto

Una provincia ordinaria in mezzo a tre realtà speciali

La provincia di Belluno è l’unica provincia ordinaria d’Italia a confinare su tre lati con territori a statuto speciale: Alto Adige a nord, Trentino a nord-ovest, Friuli Venezia Giulia a est. Non è una curiosità geografica: è la chiave per capire perché certi confronti fanno così male.

In Trentino, Dolomiti Energia gestisce impianti idroelettrici di proprietà pubblica e i proventi finanziano bilanci provinciali e comunali. I trasporti sono integrati e garantiti anche nelle valli meno popolate, con il principio del servizio universale. In Alto Adige, SASA — a partecipazione pubblica maggioritaria — è citata come modello in tutta Europa per integrazione modale e politica tariffaria. In Friuli, la Regione non ha mai dismesso il controllo pubblico del trasporto locale nelle aree montane.

Belluno, nel mezzo di tutto questo, ha ceduto il controllo del proprio trasporto pubblico a un fondo privato lombardo, e aspetta ancora di capire cosa succederà alle sue centrali idroelettriche nel 2029. Questo non è un destino inevitabile: è il risultato di scelte politiche. Di quelle fatte nel passato, e di quelle che si faranno — o non si faranno — nei prossimi mesi.

Il voto provinciale appena concluso dice che la politica bellunese è in difficoltà. Un Consiglio senza una maggioranza coerente, con il partito di governo nazionale escluso dalla rappresentanza locale, è un Consiglio che farà fatica a sedersi ai tavoli regionali e romani con la necessaria forza contrattuale. Ed è esattamente la forza contrattuale che serve, per entrambi i dossier che seguono.


Primo dossier

Dolomitibus: come si perde il controllo di un servizio pubblico

La storia di Dolomitibus è lunga. La società nasce come ente pubblico, affronta negli anni Duemila una prima parziale privatizzazione, e nel 2021 arriva alla svolta definitiva: la cessione della quota di maggioranza ad Autoguidovie, operatore privato del gruppo F2i con sede a Milano.

Da quel momento la Provincia di Belluno è azionista di minoranza in casa propria.

I numeri di Dolomitibus oggi
La società serve 67 comuni su una superficie di 3.636 km², con circa 200 autobus e oltre 7 milioni di bus/km annui. È soggetta alla direzione e al coordinamento di Autoguidovie S.p.A., che detiene la maggioranza delle quote. La Provincia di Belluno è azionista di minoranza.

Oggi il dibattito si è riaperto su un fronte nuovo e preoccupante: l’ipotesi di unificare il bacino di trasporto bellunese con quello trevigiano. Anche Mom, la società che gestisce i trasporti in provincia di Treviso, ha tra i soci rilevanti proprio Autoguidovie. La domanda che molti si pongono è semplice: a chi gioverebbe questa operazione?

“A chi gioverebbe dunque questo accorpamento di bacini? Al pubblico, inteso come cittadini, oppure ad un privato? È singolare che il presidente di Mom dichiari apertamente il motivo per cui il bacino di Belluno è attrattivo, vale a dire la presenza di Cortina, in una prospettiva che mira al guadagno derivante dalle tratte turistiche.”
Alessandro Del BiancoConsigliere regionale PD Veneto, vicepresidente commissione Energia — Bellunopress, maggio 2026

Un territorio montano con bassa densità demografica non è attrattivo per un operatore privato orientato al profitto. Le tratte periferiche, i collegamenti con i paesi più isolati, gli orari adattati alla vita reale di chi studia o lavora in valle sono esattamente le voci di costo che un gestore privato ha interesse a ridurre. Le tratte turistiche — Cortina, il Cadore d’estate — invece rendono. La logica è brutalmente semplice, e il territorio che non ha la forza di opporsi la subisce.

Chi, in passato, aveva cercato di resistere a questa logica lo aveva capito con anticipo.

“Nell’ormai lontanissimo 2011, ben consapevoli del danno che si sarebbe creato cedendo la governance dei trasporti, facemmo i salti mortali per non vendere la società nonostante in quegli anni i bilanci non fossero floridi come ora.”
Michele CarbognoGià vicepresidente della Provincia di Belluno e assessore al Bilancio — Facebook, maggio 2026

Riportare Dolomitibus sotto controllo pubblico è una proposta oggi avanzata da più parti, trasversalmente agli schieramenti. Ma un Consiglio provinciale frammentato, senza maggioranza, con rapporti interni logorati da personalismi e calcoli elettorali, è nella posizione peggiore possibile per condurre una trattativa del genere con Autoguidovie. Le trattative si vincono con la compattezza istituzionale, non con la frammentazione.

La domanda per i cittadini
Riportare Dolomitibus sotto controllo pubblico richiede volontà politica chiara, risorse adeguate e soprattutto un progetto. Non basta cambiare la proprietà se non si cambia il modello. E non basta volerlo in astratto se la Provincia non è nelle condizioni di sedersi a un tavolo con la necessaria autorità.
La domanda da fare a chi si candida a governare non è «sei favorevole al controllo pubblico?», ma: «con quali soldi, con quale modello, entro quale scadenza — e con quale stabilità politica alle spalle?».


Secondo dossier

L’idroelettrico: l’acqua delle nostre montagne, i proventi a qualcun altro

Belluno è una delle province italiane con la maggiore concentrazione di impianti idroelettrici in rapporto alla propria superficie e popolazione. Su 34 grandi centrali presenti in Veneto, 24 si trovano in provincia di Belluno. Producono circa 4.500 gigawattora l’anno.

Per decenni i proventi di quella produzione sono andati quasi interamente ai grandi concessionari: Enel, Edison e altri. Il territorio ha ricevuto le briciole, sotto forma di canoni storicamente sottodimensionati.

Le cifre in gioco
Tra canoni, sovracanoni ed energia gratuita, il Bellunese attiva già oggi circa 28 milioni di euro l’anno di voci fisse, a cui si aggiungono circa 20 milioni tra parte variabile e monetizzazione dell’energia gratuita. Un totale prudenziale vicino ai 50 milioni di euro annui. La sola energia gratuita vale circa 75 GWh, pari al consumo annuo di 30.000 famiglie. Fonte: convegno BIM Piave Belluno, febbraio 2026.

Il quadro è cambiato nel 2022, quando il Consiglio regionale del Veneto ha approvato una legge che, alla scadenza delle concessioni, trasferisce la proprietà delle centrali dallo Stato alla Regione, a costo zero. Un risultato frutto di un lungo lavoro normativo avviato nel 2019.

“Un lavoro paziente, partito nel 2019, che ci permette di approvare una norma che fa sì che, alla scadenza delle concessioni, le centrali diventino di proprietà della Regione, ovvero del territorio, a costo zero. Una legge che, almeno in questo settore, ci porrà alla pari del Trentino.”
Gianpaolo BottacinAssessore regionale del Veneto all’Ambiente — comunicato Regione Veneto, ottobre 2022

“Alla pari del Trentino” è il punto di arrivo, non quello di partenza. Il Trentino gestisce già le proprie centrali attraverso Dolomiti Energia, società a partecipazione pubblica. La Valle d’Aosta ha CVA, controllata al 100% dalla Regione e dai Comuni: i proventi finanziano i bilanci pubblici e le famiglie valdostane beneficiano di sconti sulla bolletta. Lombardia e Trentino hanno già avviato i processi di riforma con modelli di società mista a maggioranza pubblica, con quote riservate agli enti locali dei territori produttori.

Belluno, che ha il 70% delle centrali venete, si trova all’inizio del percorso. E il 2029 è vicino.

“La partita dell’idroelettrico può garantire un futuro di cambiamento per la provincia, con risorse per migliorare i servizi e contrastare lo spopolamento. L’utilizzo della risorsa idrica va tutelato, ma al contempo dobbiamo monetizzarlo per reinvestire i proventi sul territorio.”Roberto PadrinPresidente della Provincia di Belluno — Il Dolomiti, 2026

Le parole di Padrin fotografano bene la posta in gioco. Ma c’è un nodo irrisolto: il modello gestionale. Una volta che le centrali passano di mano, chi le gestisce? Con quale struttura societaria? Con quale quota garantita agli enti locali bellunesi? Quale percentuale dei proventi resta sul territorio che produce l’energia?

Queste non sono domande tecniche che si risolvono negli uffici. Sono scelte politiche che richiedono una Provincia coesa, credibile e presente ai tavoli che contano — a Venezia come a Roma. Un Consiglio che fatica a costruire una maggioranza al proprio interno difficilmente sarà in grado di imporre le proprie ragioni a interlocutori ben più organizzati e potenti.

“La specificità bellunese non va richiamata in modo astratto, ma va tradotta in soluzioni concrete, sostenibili e adeguate alla scala territoriale, istituzionale e finanziaria locale.”
Marco StaunovoPresidente del Consorzio BIM Piave Belluno — convegno Palazzo Crepadona, febbraio 2026

Le domande dei cittadini
Il 2029 è vicino. La legge regionale c’è.
Quello che manca è ancora una risposta chiara a tre domande:
– Quale modello di società gestirà le centrali?
– Che quota di partecipazione avrà la Provincia di Belluno?
– In che forma i proventi torneranno ai Comuni produttori e alle famiglie?
Questi sono i quesiti da fare a chiunque si presenti alle elezioni. E chi non sa rispondere, o risponde in modo vago, sta già cedendo il campo.


Il conto lo paga il territorio

C’è un filo che lega il risultato elettorale provinciale ai due dossier appena descritti. Non è un filo ideologico — non si tratta di chi governa con quale bandiera — ma un filo molto più concreto: la capacità di un ente locale di fare il proprio lavoro, che è difendere gli interessi del territorio nelle sedi in cui si prendono le decisioni che contano.

Un Consiglio provinciale frammentato, nato da accordi estemporanei e privo di una guida politica riconoscibile, non è in grado di portare avanti trattative complesse. Non lo è con Autoguidovie sulla questione del trasporto pubblico. Non lo è con la Regione e con i grandi concessionari sull’idroelettrico. Non lo è con Roma, dove si giocano le ultime partite legislative prima del 2029.

I modelli che funzionano — da Trento a Bolzano ad Aosta — hanno in comune una caratteristica: sono stati costruiti con un lavoro lungo, spesso trasversale agli schieramenti, attorno a un interesse territoriale chiaramente definito e a una classe dirigente in grado di sostenerlo nel tempo. Non sono caduti dall’alto. Qualcuno li ha voluti, li ha progettati, e ha avuto la stabilità per realizzarli.

Belluno ha le risorse naturali per aspirare a qualcosa di simile. Ha le competenze. Ha, forse, ancora il tempo. Quello che è meno certo, dopo questo voto, è se ha la classe dirigente capace di farlo.

E questa è una responsabilità che non riguarda solo chi è stato eletto: riguarda anche chi ha scelto le candidature, costruito le liste, gestito le alleanze. Il risultato è di tutti.

Per chi vive qui, questa non è una domanda astratta. È il paesaggio fuori dalla finestra, e il pullman che — magari — passa o non passa. È la bolletta dell’energia, e i soldi che non arrivano ai Comuni di montagna. È il futuro che si decide adesso, in un Consiglio provinciale che stenta a trovare una direzione.

La provincia che vorremmo dovrebbe sapere dove sta andando. E ci si arriva solo insieme.

Questo articolo è un contributo di analisi e riflessione civica, senza affiliazioni politiche. Le citazioni in riquadro sono tratte da dichiarazioni pubbliche documentate, con indicazione della fonte. Dolomiti Belluno pubblica opinioni e analisi di cittadini: le posizioni espresse non rappresentano la linea editoriale della testata.

 

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